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12 febbraio 2014

Pennacchi e la sua Colonia


Quando Antonio Pennacchi sta per uscire in libreria con un nuovo romanzo ti aspetti qualcosa che parli direttamente della sua vita. Tradotto in brevi termini: vita da operaio, vita da sindacalista in favore dell’operaio, vita da sfascio (quello non catechizzato, si intende), vita da cittadino vivente. Mica t’aspetti di leggere della Colonia, il lembo di terra ai confini della galassia. 

E invece Pennacchi sorprende tutti (me, almeno: poi dico tutti per cercare compagnia): ti racconta la vita dei coloni (gli abitanti di Colonia) con tanto di riferimenti a diversi marchi pubblicitari e intuizioni geniali. 

Intuizioni geniali, appunto: ne avrò contate e sottolineate a penna nera almeno quindici. Mi sono fermato solo per non rischiare di dare colore agli spazi bianchi del foglio. Intuizioni geniali: tipo il cane nero a sei zampe che viene riconosciuto tra i boschi e che sarà l’idea per la nuova distribuzione petrolifera: l’Agip. Io non ci sarei mai arrivato. 

D’altronde non mi chiamo Pennacchi e non giro per Latina con un cappello nero, una giacca nera, una sciarpa bordò indossata a mo’ pavarottiano e una cravatta rossa a pois bianchi. Latina, appunto. 

Mi sono chiesto perché in Storia di Karel non si parlasse di Latina così come accade più o meno in tutti i precedenti romanzi dello scrittore pontino. Me lo sono chiesto e poi risposto: “Guarda la copertina”. Perché Colonia è Latina, non c’è dubbio. La fontana con la palla, le aiuole, i portici: tutto riporta alla conformazione della già nata Littoria. Così come le strade: Epitaffio (Epitaphium per i coloni), Sabotino (Sabotzniegorod per i coloni). E poi i personaggi: Erika, Washington, Jurij, Aldous, Pany Gutty: tutti realmente esistiti tra le memorie presenti e passate di Pennacchi. 

Storia di Karel è un composto di scrittura fatto di ironia e peso, regolamentazioni e idee per divincolarsi. Così come fanno i tre bambini. Le regole della Colonia sono ferree e loro, essendo bambini, fanno di tutto per infrangerle. Se ne vanno a spasso fuori dalla Colonia, fuggono. Fumano facendosi gioco del divieto del non fumare. Finiscono a processo davanti al Giudice che, stanco pure lui dei divieti, li infrange. E fuma. Di più: dà il via alla costruzione di zone apposite per coltivare tabacco. Lo sguardo di Pennacchi non è mai stato così presente seppur rivolto all’ambiente futuro. Lo sguardo, impietoso, si abbatte sul presente depresso per lanciare un forte grido di speranza: con poco si può fare tutto, ossia il motto che è stato degli uomini normali che hanno vissuto i tempi di crisi vera, quella del dopoguerra. 

Storia di Karel è un composto fatto di personaggi, tanti, finti quanto reali. È un composto di sentimenti, immaginazione e proibizioni. È un composto di scrittura raccontata come farebbe un nonno che ha vissuto i movimenti della Colonia, come se Pennacchi fosse il nonno e la Colonia la sua città.   

A cura di Daniele Campanari, seguitelo sul suo sito


Storia di Karel di Antonio Pennacchi, Bompiani, 350 pagg, 18,50 euro

Antonio Pennacchi è stato uno degli ospiti d'onore dell'ultimo numero di Reader's Bench Magazine: 





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