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28 febbraio 2014

La torcia di Olimpia nella “non luce” illumina la poesia




“Il vuoto era dove lei entrò | per milioni di notti”. Una donna? Una luce? Una città? Una leggenda? “Su quelle rovine vedemmo | ciò che di noi viene disperso”: sembrerebbe dunque anzitutto un luogo quello che Luigia Sorrentino attraversa in poesia con Olimpia (Interlinea, 2013), che a buon diritto Milo De Angelis definisce in prefazione “il libro della sua vita”. Di sicuro è un lungo omaggio a Holderlin, più volte citato, anzi a permeare l’intera produzione di questi versi. Versi che Mario Benedetti benedice per la mancanza di “concretezza comunicativa”. Avete letto bene, meglio così. Meglio che una voce così lontana si senta più vicino, perché nella poesia contemporanea sono rari altri simili esempi. 

La Sorrentino scende nel buio, anzi nella “non luce” per via della caduta di Iperione: “il sole alle spalle cancella | i nostri volti | veniamo da troppa lontananza | (…) la bellezza che ci fu tolta | nella luce inesorabile | dello spegnersi”. S’illumina Olimpia: come davanti ad un big bang la materia zampilla, specie nei sei cori. Viaggia e ha il privilegio di voltarsi: “fummo dotati di forza sovrumana | affrontammo avversari terribili | sollevando la coltre | rovesciammo sul mondo | enormi bocche di tenebra || - siamo tornati per scomparire | intorbidare il fondo -”. “Sostenemmo”, “accedemmo”, “restammo”, “vedemmo”: il passato è sovente remoto, il presente è soltanto simultaneità, “il movimento attorno al proprio asse”

Luigia Sorrentino non usa mai la prima persona singolare, soltanto il “noi”: l’azione che spinge la poesia (e la poesia che spinge l’azione) è sempre un movimento di massa, eppure mai anonimo. Come se in una folla potessimo essere riconoscibili. “Il volto che siamo stati è istintivo | incarnato nel rito che si consuma qui | nella consolazione siamo venuti | (…) la sua giovinezza si spense | divenne una cicala”

Se “la porta è là” e “e questo tutto era precisamente | il volto aperto della specie umana” la poesia rischia di ferirsi al vetro del tempo scandagliato in questo libro. L’evoluzione interviene come ferita perché “c’è una notte arcaica in ognuno di noi | una notte dalla quale veniamo | una notte piena di stupore | quella perduta identità dei feriti | si popola di volti”. Ecco che la massa riscopre l’individuo. La Sorrentino riscopre lo stesso De Angelis nel luogo esatto “in cui siamo già stati”. E la bellezza. “Non sempre fu possibile scorgerti | nelle braccia del sorgere”: due tra i versi più seducenti nella non luce. A toccarsi sono i verbi “sorgere” e “scorgere”, nell’esatto momento in cui si affaccia il bello: “tu esisti qui | io sono in questa pietra | la forma terrena, vicino a te”. E poi la bocca, testimone di vita: “non vide più nulla dopo | solo un sorriso chiaro, | una gratitudine”.

Resiste una fine in questo viaggio? “Ciò che crediamo perduto possiamo | riaverlo, te l’ho già detto, | spopolato! | non scompare la fonte | tesse il suo divino l’umano | giovane monte in mezzo all’ignoto”.

“quando ci dirigemmo verso la boscaglia
vedemmo in lontananza la ferrovia,
rapida discese verso il mare
l’avvicinamento carico nel vento
lì dove il rosa antico delle rose
e la ginestra, trascinate vanno
nel bosco, salgono sempre più
siamo sempre più vicini al cielo
la muratura porosa di ogni cosa

salda al giallo, strato su strato”

A cura di Simone Di Biasio, seguitelo sul suo blog


Olimpia di Luigia Sorrentino, Interlinea Edizioni, 105 pagg, 14 euro


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