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8 gennaio 2014

La società dei poeti è stinta?


La risposta si svela subito: no. “Non posso soffrire le distinzioni tecnicistiche, starei per dire sindacali, tra poeti e narratori, saggisti, eccetera. L’attività creativa mal sopporta queste etichette e di distinzioni, che riflettono concezioni critiche accademiche e invecchiate - che cos’è la Recherche? E l’Ulysses, che cos’è? E Das Schloss? E Der Zauberberg. Non sono forse, insieme, romanzi e poemi, opera lirica e narrativa?”. Già questo è un punto di partenza, secondo Giorgio Bassani visto da Stefano Gallerani

Questo è l’esperimento di Nuovi Argomenti, la rivista trimestrale fondata da Alberto Moravia e Alberto Carocci sessant’anni fa che oggi ritrova nuova linfa dire e dirsi: affidare il ricordo del “proprio” poeta a giovani scrittori. 


Il rischio è alto e qualcuno lo corre. Anche troppo, come Gilda Policastro, che punta su Sanguineti, ma finisce per essere apoftegmatica e per parlare di sé: “nel frattempo scrivevo anche un romanzo, ma non gli feci leggere nemmeno quello” . Insomma, un classicissimo caso di allievo/maestro che poco ci restituisce dell’uomo che disse sprezzante: “I giovani non mi capiscono? Che studino”. 

Qualcun altro ci riesce benissimo, vedi Marco Cubeddu sul Bellezza di Vita tempesta, che parla di poesia senza citarla mai grammaticalmente: “Una notte un ladro entrò in casa sua. Dario lo colse sul fatto. Ma, invece di denunciarlo, lo convinse ad andare a letto con lui. Lo corruppe per alcuni mesi, con mance vertiginose, lo accolse in casa sua, fra la palta dei suoi desideri e, quando il ragazzo ne fu definitivamente succube, fino al punto di credersene innamorato, iniziò a bistrattarlo e tradirlo con crudeltà e impudenza per poi rimpiangerlo, con il furore con cui si rimpiangono i fantasmi, un minuto dopo il suo tragico volo finale, un’esplosione di frattaglie per la via”


Il rischio diventa minimo, invece, se si lascia parlare la poesia stessa. Giancarlo Liviano D’Arcangelo cita di Vittorio Sereni: “Perché non vengono i saldatori/ perché ritardano gli aggiustatori?/ Ma non è disservizio cittadino,/ è morto tempo da spalare al più presto./ E tu, quanti anni per capirlo:/ troppi per esserne certo”. Infine Paolo Di Paolo si occupa di Giovanni Raboni, autore di questi versi: “… Il male non era/ Lì dentro, nelle scale, nei cortili,/ Nei ballatoi, lì semmai c’era umido/ Da prendersi un malanno. Se mio padre/ Fosse vivo, chiederei anche a lui: ti sembra/ Che serva? È il modo? A me sembra che il male/ Non è mai nelle cose, gli direi”.

La poesia mi pare possa dirsi donna, almeno nel genere linguistico. Così non ne mancano anche nei racconti di questo numero, come ne La perdita di Franco Sepe, che mette a fuoco la condizione dell’aborto tra amanti che lo sono stati poco e amici che non lo sono mai troppo: <A volte la bocca non arriva a baciare dove arriva il cuore>. E in fondo lei gli aveva creduto, per il modo sincero con cui le aveva pronunciato quelle parole. Ma non più di tanto. Perché le belle parole dell’amore non sono la stessa cosa che amare e vivere per esso”. Solo una poetessa, però, tra quelle contemporanee di Nuovi Argomenti: è Luigia Sorrentino, autrice dell’ultimo Olympia. Qui scende sulla terra e ci dice: “Lì fui, io nel luogo e il luogo in me”, dove s’annida il verso fulminante per cui  “il tremendo è una notte che ci parla”. Poi c‘è la “Femmina“ di Giovanni Bracco: “Ogni sera in cucina da sola/l’anziana signora/ consuma tutta la sua trasgressione/ tirando un sigaretto dal bocchino/ con la lentezza controllata e gli occhi/ semichiusi,/ In attesa/ che dal muro di fianco/ si levi sopra il ritmo ossessivo/ di una musica africana il grido/ della bella avvocatessa in calore”. Se rileggo, “arrossisco come un pezzo/ di carne. Tra abbandono/ e abbondanza/ dividiamoci quest’aria”, quella tra le pagine dedicate a Vittorino Curci.


La poesia è stinta? La poesia è estinta? Dove sta? “Ubiquità. È la prima idea suggerita dallo sciame reale dei ragazzi mentre passeggiano con molte soste per digitare sui cellulari. Poco dopo il tramonto, una giovanissima esile donna sola e sorridente, appoggiata alle mura della passeggiata panoramica, si dondola in silenzio con piccoli movimenti ritmici pieni di grazia. Avvicinandosi si capisce che sta danzando la musica dei suoi auricolari“. Gilberto Severini racconta un diario minimo, ma per riassumere questo numero arriva Bassani: “Sì, proprio il consistere del minimo, del pressoché inesistente, accanto al sublime, mi fa sperare d’aver scritto dei libri che, in qualche modo, abbiano a che fare con la vita, con la vita nella sua realtà, e quindi con la poesia”.

A cura di Simone Di Biasio


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