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18 gennaio 2014

Di Spigno, “La nudità” in poesia è un vestito sartoriale


Si può leggere un libro di poesie anche “senza fare sempre a turno con la brezza di mare/ che si trasforma in tutto pur di farsi amare”. C’è da dire che La nudità (PeQuod, 2013) di Stelvio Di Spigno si lascia a mare, roba da esperimenti: lasciare che siano i versi a farsi amare nell’andirivieni ondoso della lettura. Succede se “C’è chi come noi ricorda vagamente/ Dove abbiamo ascoltato per primi/ Le parole che non hanno ritorno” (Fine settembre).

Stelvio è un vulcano – vesuviano, oltre che napoletano di nascita -, che sa eruttare poesia soprattutto quando il magma alcolico scalpita nei tubi del sangue, ovvero quando si vive “così lontano da casa da non sapere dove/ ci siamo mai visti, conosciuti o rinfacciati/ se fossimo mai nati e se è vero che eravamo” (‘Dissolvimento‘, dedicata al padre). 

Una Napoli che registra “i bambini passati troppo presto all’altro marciapiede” (Senza tregua) e che lui descrive tra calcio al pallone e nelle ossa anche in ‘Pibe de oro’, in cui “solo una tavola apparecchiata con povertà e grandezza/ di chi vive senza sapere come né perché/ contento di aver visto la luce un altro giorno/… perché niente in fondo si sa dire/ e ancora meno, ancora meno, si conosce”. Maradona come un Dio, una trinità, quegli spiriti che a Napoli aleggiano ovunque: “… Come forme spiranti/ ci assistemmo nel vizio di parlare,/ di provare l’amore nelle sue tre persone,/ il sangue, la pelle, la vergogna aitante del male” .

Certo, la napoletanità di Di Spigno arriva geograficamente fino a più su della Campania, almeno fino a Gaeta, dove ad echi di Umberto Saba si accostano certe tendenze alla De Luca (non so se da purista della poesia ne possa gioire), sarà per una vicinanza territoriale prima che scrittoriale. Poi Stelvio per lavoro arriva fino alle porte di Roma, dove capisce che “è tutto interno al senso dell’avere, che non è nostro per sempre,/ il lavoro di balbettare, quello di minimare le parole/ attraverso gesti strani che non sono miei eppure/ continuo a ripetere con forza/… e tutto finisce condannato dentro palazzi deformi,/ e quando ci abiti davvero/ ti senti sempre più morire dentro” (La resa). Non è stata messa da parte, in un cassetto, la sua tesi di laurea su Leopardi, il maestro (insieme ad uno dei tanti Montale) che si ripresenta in versi come quelli a ricordare “quanto poco è il bene che ci tocca” (Feria).


Di Spigno ha pubblicato in questi giorni anche un altro piccolo libro di poesia, prezioso. Questa volta lo ha fatto per i tipi di Edb edizioni, in una collana curata da Alberto Pellegatta. Non è propriamente un volumetto a quattromani, piuttosto un condominio di poeti, o meglio una di quelle case per studenti in cui si vive (benissimo e tremendamente) insieme ad altri compagni. In questo caso abita insieme a Carla Saracino, poetessa di origini pugliesi. Il libro s’intitola – appunto – “Qualcosa di inabitato”. “Ma questa è solo una poesia”, e Di Spigno non aggiunge un punto interrogativo.

A cura di Simone Di Biasio