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28 agosto 2013

ATTUALITA' DI GATSBY

Francis Scott Key Fitzgerald (Saint Paul24 settembre 1896 – Hollywood21 dicembre 1940) è stato uno scrittore e sceneggiatore statunitense, autore di romanzi e racconti. È considerato uno fra i maggiori autori dell'Età del jazz e, per la sua opera complessiva, del XX secolo.
Non è semplice spiegare la recente riscoperta di Francis Scott Fitzgerald. Non ci sono ragioni apparenti dietro la fioritura di biopic, testimonianze, riedizioni che hanno riportato alla ribalta l'autore di Tenera è la notte

Un uomo mite, schivo, devastato dal rapporto con la moglie Zelda, dissanguato da un combattimento continuo con i fantasmi dell'alcool e della debolezza di carattere. Niente insomma di veramente appetibile in epoca di squali e protagonisti del nulla, tanti Andrea Sperelli fatui sì, ma senza stile, omologhi replicanti che al cinismo hanno finito per crederci davvero. 

Non Francis. Lui ci stava male. E anche il suo amico Ernest, nonostante le pose da duro che occultavano un male di vivere troppo grande per stare nella pagina, o James Joyce, alcolista, disadattato ribelle senza terra sotto ai piedi. La lista potrebbe continuare a lungo. Era la generazione perduta degli scrittori che avrebbero cambiato per sempre la letteratura rimanendo però schiacciati in un meccanismo più grande di loro; un passaggio storico che li avrebbe usati, sfibrati e poi lasciati cadere sul campo come tanti birilli, chi prima chi poi, chi con una palla in testa chi con un bicchiere in mano. 

Fitzgerald è uno scrittore essenzialmente borghese, forse il più borghese di tutti. Feste, vizi, bagordi, ma anche tanta solitudine dietro la facciata brillante, dietro cioè la mano di vernice che nasconde tutta la fatiscenza di una società fatta sostanzialmente di imposture e compromessi. E così vitalismo che sottende ad una irrefrenabile pulsione di morte, gioco elegante che si stempera nel sorriso cinico di un vecchio malvissuto. La risata di Scott Fitzgerald è un ghigno. I suoi grandi occhi tondi e languidi una promessa di sconfitta. 

Perché allora. Perché questo ritorno? Gatsby è cresciuto. Ora è un manager, un cinico calcolatore di rendite umane. Non ha più il disincanto che lo salva, non ha più l'amara consapevolezza della fine imminente che lo redime. E' uno dei tanti che credono di vincere alle spalle degli altri, né più né meno di un rampante da strapazzo. 

Fitzgerald, la piccola "Scottie" e la moglie Zelda
Francis non ha mai creduto di vincere, nemmeno per un secondo. E nemmeno Ernest, suo amico, antagonista, antimodello, sodale, nemesi, incubo, complice. Non hanno mai pensato nemmeno per un secondo di poter sovvertire con l'arte tutto il peso della contingenza: ed erano due artisti grandi, complicati, più grandi di quel cesso di periferia del mondo dove l'anagrafe li aveva inchiodati. Grandi, anche quando si è trattato di sparire. Non ci sono morti intelligenti, purtroppo o per fortuna. 

Francis se ne andò com'era vissuto, con il sangue annerito dalle delusioni e il cervello annebbiato dal whisky, qualche romanzo alle spalle e un presente da scribacchino nell'immane catena di montaggio hollywoodiana. Lui, Francis Scott Fitzgerald, impiegato con busta paga per una major cinematografica. Non c'è niente di cui vergognarsi quando si tratta di sopravvivere, ma nemmeno niente di eroico. E questa mancanza ostinata di eroismo, questo odore rancido di dopobarba e gin, permea ogni sua pagina: ognuna delle non molte pagine della sua tutto sommato esigua opera omnia. 

Se dietro la sua riscoperta c'è la solita manovra commerciale, non c'è bisogno di trovare risposte. Se invece la ragione intima fosse la necessità di aprire i libri contabili sul tavolo e tirare le somme del fallimento, allora significherebbe che Scott Fitzgerald ha scritto più per la nostra generazione che per la sua. Un calcolo in definitiva non così astruso. Basta vedere a che punto siamo rispetto a Gatsby o rispetto a Dick Diver. 


La grande letteratura non ha scadenze, né orari. Cade in un dato momento storico, può esplodere subito oppure propagarsi nel tempo. Può anche rimanere inesplosa per molto tempo, salvo poi deflagrare all'improvviso, mutati i tempi e le sensibilità. Il bello di un autore è che il suo talento - il suo genius, chiamiamolo come vogliamo - va sempre oltre le sue facoltà intellettive; lo supera e lo usa, ricompensandolo bene che vada con una gloria postuma che al massimo farà ricchi gli eredi. Tutto qui. Le esplosioni che hanno squassato l'opera di Scott Fitzgerald sono state anomale, tanto che sono giunte a noi più come una detonazione atomica che come la vaga eco di una guerra lontana. 

Faceva parte della corrente letteraria della cosiddetta Generazione perduta, un gruppo di scrittori americani nati negli anni 1890che si stabilì in Francia dopo la prima guerra mondiale.
Tornando alla domanda: ha scritto più per noi che per i suoi contemporanei? In parte, forse, è così. La sua vocazione in minore, la sua nota sempre in sottrazione serve più a noi che alla società degli anni Venti del Novecento. Con un'ipotesi azzardata potremmo provare a dire che dietro la coltre di finti successi e vere sconfitte in cui viviamo, resiste ancora la possibilità di un confronto senza sconti con la vera natura - a scoppio ritardato - del successo; con la sua natura ambigua e maniacale che maschera sempre e comunque un vuoto: di affetti, di valori, di cultura. 

Il fantasma di questa perdita, con ogni probabilità, non ha tempo, ed è il vero basso continuo dell'opera di Francis: un fantasma che riemerge con prepotenza tutte le volte che una società è prossima al collasso e non sa come ammetterlo. Dalla Grande Depressione alla Grande Recessione. Dai tempi di Fitzgerald ai nostri. 

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo anche sul suo blog Il quaderno sepolto

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