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10 giugno 2013

QUALCOSA DI SCRITTO, DI EMANUELE TREVI

Emanuele Trevi, classe 1964, ha mancato, di un soffio, l'anno scorso la vittoria al Premio Strega 
Scrivere significa lasciare una traccia perché il presente non venga inghiottito e annullato dal Grande Tutto - Pan. Perché scrivere è dare una sequenza al caos, o provare a farlo. E quindi, qualcosa di scritto. Qualcosa di scritto sono le pagine indicibili e ustionanti di Petrolio, il romanzo postumo di Pier Paolo Pasolini, l'ultimo enigmatico frutto della sua attività intellettuale. 


Qualcosa di scritto è la formula redazionale con cui il poeta di Casarsa segnalava le parti ancora da completare nello scartafaccio di Petrolio. Emanuele Trevi confeziona con mestiere, competenza e passione questo romanzo saggio (pura tradizione italiana) in cui racconta la sua esperienza al Fondo Pasolini, tra il 1992 e la prima metà del 1994, e intreccia i suoi ricordi personali di inconcludente archivista (tenta di compilare un'edizione critica delle interviste a PPP senza riuscirci) a una possibile suggestione legata a Petrolio. 

Su tutto, regna l'altra protagonista del racconto, la Pazza, Laura Betti, invasata e incandescente vestale del pasolinismo, l'unica, l'ultima sacerdotessa del culto. Laura intrattabile, insopportabile, obesa, enorme, prepotente, eppure capace di ogni bene, infallibile nel mettere a nudo le contraddizioni altrui e in grado di incendiare l'aria con la sua ingombrante presenza di donna che tutto ha visto e tutto ha capito. 

Perché Petrolio è la chiave di volta verso un altro mondo, che poi è un altro modo di comprendere le cose. Non mappa criptata delle stragi di Stato, non il lascito cifrato di un indagatore dilettante, ma qualcosa di più: un "testamento intriso di sangue" che ha valore di viaggio iniziatico. Bisogna fare un passo indietro. Si è detto che la fase terminale di PPP, incominciata con la scrittura delle tragedie (Orgia, Affabulazione..., ma secondo alcuni dopo, ai tempi delle Lettere luterane) e conclusasi con i lapilli di Petrolio e Salò, vada intesa come un esperimento di arte e fisicità; mi spiego meglio: l'opera scritta o filmata andrebbe completata con l'esperienza esistenziale dell'autore. Vita e arte diventerebbero tutt'uno, senza alcuna distinzione. 

La morte di Pasolini va in questa direzione in effetti, ma evitiamo facili suggestioni. L'intuizione di Trevi va oltre, secondo lui il lettore di Petrolio dovrebbe integrare l'opera con la sua propria vita, mettendosi in gioco e rischiando una parte piccola o grande di sé. L'intera architettura di Qualcosa di scritto è in fondo un parallelo tra il viaggio iniziatico di Pasolini, che si concluderà in modo tragico, e quello di Trevi, che attraverso l'esperienza al Fondo, la lettura di Petrolio e alcuni eventi personali compie a sua volta un rito di  passaggio. 

Rito che si concluderà molti anni dopo, nel 2011, durante un ritorno in Grecia, ad Eleusi, luogo sacro per eccellenza, catalizzatore di potenze mai dome, che per Trevi è il corrispettivo fisico e tangibile dell'esperienza iniziatica: la transizione da uomo a donna e ritorno, come Tiresia, come i due Carlo di Petrolio. 

Ora, a questo punto dovrei inserire una lunga parentesi, una lunga citazione del romanzo che per me ha avuto il valore di un'agnizione. 

Trevi spiega perché Petrolio è passato, nel giro di una quarantina d'anni, dall'essere un libro possibile all'essere un libro incomprensibile e fuori mercato, come testimoniano che recensioni e le interpretazioni a dir poco superficiali e folli che furono divulgate alla sua uscita, già nel 1992 (e questo significa 20 anni fa e a vent'anni dalla sua redazione). Provo a ripetere in sintesi: gli anni ottanta hanno trasformato la letteratura in fiction, ossia in un prodotto. 

Un libro non è più un evento rivelatore, ma un fenomeno di intrattenimento. Deve rispettare codici commerciali che non hanno più niente a che vedere con la conoscenza. Prima di allora, a partire da Montaigne, “la letteratura non aveva, si può dire, smesso di correre. Inseguiva un limite ideale, sempre un po’ oltre la possibilità dei singoli. Dai suoi stessi sprechi e fallimenti, ricavava preziosi combustibili.” Negli ultimi trent'anni la letteratura ha perso ogni ambizione, per diventare puro prodotto. Pasolini (e Calvino, Moravia e tutti gli altri) non poteva prevedere di appartenere ad una specie quasi estinta. L'epoca degli editor e dei furbi era quasi arrivata, e Petrolio era lì, sul ciglio della voragine, a testimoniarlo. 


Vuole forse dirci che la bellezza non sta nella fruibilità del testo ma nel suo grado di adesione alle cose e nelle sue possibilità combinatorie, e che il testo stesso non è nulla se non è innervato alla vita e alla sua assurdità. "La verità è che non si capisce mai bene nulla, non essendoci nulla che significhi qualcosa" sfugge ad un certo punto a Trevi. E' un tic, una formula involontaria, ma è il nodo della questione. Il non significato, che poi è l'altra faccia dell'indicibile, che però non è il corrispettivo del vuoto. E' la nostra antimateria, la tensione opposta che permette il positivo. 

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo sul sul Quaderno Sepolto

E' uscito, in free publishing, Mentre vado via, il nuovo romanzo di Ariberto Terragni.


Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi, Ponte alle Grazie, 246 pagg, 16,80 euro

Pasolini é stato uno degli ospiti del magazine invernale, se vuoi leggere il numero primaverile clicca qui


 




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