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21 maggio 2013

L'ISTANT BOOK AL SALONE DEL LIBRO




Diciamo subito che i libri non sono tutti qui. Ci sono libri ovunque, ma sono soprattutto ultime proposte, tra le quali spopolano gli istant book, i libri del momento, quelli che si propongono di incassare tutto e subito, perché tra un po' sarà difficile ricordarsene. Non long seller insomma. 

Ma tra i numerosi stand non è comunque difficile trovare qualcosa che accontenti i propri gusti: libri di pregio, rari, piccole chicche proposte dagli editori indipendenti, un po' penalizzati in quanto a visibilità ma di rara competenza e passione quando si tratta di fare sul serio, senza il fuoco d'artiglieria mediatico di cui alcune grandi case fanno uso abbondante e disinvolto.

Certo costa fatica intellettuale da parte del lettore andare oltre la luminaria di un volto noto per addentrarsi nel mercato senza nome degli editori corsari. Le sorprese, in questo percorso di scouting, non mancano, e spesso sono fonte di soddisfazione più di una presentazione ad alto tasso mediatico (dove bene o male si finiscono per sentire sempre le stesse cose). 

Di sicuro vagabondando per il Lingotto risulta sempre più difficile capire che cosa sia la letteratura oggi e quale ruolo lo scrittore incarni nel panorama culturale del 2013. Ma poi, si può parlare ancora di cultura in un'ottica dove le scelte economiche di stampo consumistico sono diventate dominanti? Siamo sul crinale della retorica, me ne rendo conto. 

Eppure è difficile non trovare un nesso tra la crisi dell'editoria (è tutta una gran crisi di questi tempi...) e il cumulo di scelte sbagliate degli anni passati, quando il mito del tutto e subito e della facile fruizione ha gettato le basi della povertà odierna. Passeggiando al Salone, i dubbi sulle sorti del Libro se possibile aumentano. 

Non ci sono risposte, solo indizi di una convivenza a volte non semplicissima tra l'editoria di rendita e quella che si sforza di proporre qualità e bilanci in ordine; quella che sfrutta senza problemi le tattiche dello star system e quella che crede ancora nella possibilità di coniugare mercato e conoscenza. 

È un problema culturale che non sarebbe male approfondire un poco, specie in anni in cui il ruolo dell'autore ha subito cambiamenti significativi, non ultimo la crescente compromissione con un talk permanente che vede lo scrittore di volta in volta opinion leader, attore, provocatore, sociologo, criminologo e per contro politici, attori, criminologi, cuochi diventare scrittori. 

Una contaminazione che ha prodotto non pochi equivoci, e in generale un appiattimento dei costumi che ha portato il sistema editoriale a trattare i lettori più come pubblico che non come parte attiva del discorso letterario (da questo punto di vista l'incontro lettore/scrittore, cioè la classica presentazione dell'opera, in alcuni casi potrebbe essere tranquillamente surrogata in un televoto o in un sondaggio lampo). 

La marginalità del lettore, in altre parole, è una delle conseguenze del suo essere stato trattato sempre più come consumatore di una merce usa e getta (istant), e in quanto tale titolare di un'importanza limitata nel tempo, circoscritta ad un piccolo dibattito di stampo televisivo (il talk) o nel migliore dei casi ad una dialettica di sapore internettiano (un tweet che ti illude di avere una voce, il perfetto surrogato dell'opinione). 

Il segno del contrappasso sta in un'assenza. Un buco nella pagina, un vuoto. Al Salone del Libro manca uno spazio per i blog, la realtà forse più dinamica, di certo tra le più indipendenti del panorama letterario di oggi. Distrazione? Fuori sincro rispetto alla realtà che cambia? La risposta forse la sanno gli organizzatori, di certo non io, o gli altri che credono invece alla diffusione delle idee e non alla loro veste addomesticata e filtrata da un medium. 

Eppure al netto di tante criticità e contraddizioni, il Salone rappresenta qualcosa di necessario. Come la pagina scritta, come il segno che sporca il foglio. Incontrarsi, urtarsi, rovistare, sono ancora elementi primari di una vitalità che se andasse perduta non troverebbe più rimpiazzi, perché leggere può ancora essere considerato un piacere di condivisione, e non solo la pratica solitaria di un consumatore. Condividere vuol dire rinunciare a qualcosa per poi vedere un ritorno doppio, triplo, incalcolabile. E la presenza di tanta gente in un unico luogo con un unico interesse, una volta tanto, è motivo di buon umore e ragionato ottimismo per il futuro. 

Quanto al futuro del libro e dei lettori, per tornare alla domanda iniziale, ci sono ancora una volta solo indizi: una tenace resistenza trasversale per età e possibilità economiche sa dare un bell'esempio di curiosità intellettuale quando vuole. E, sono sicuro, è una resistenza poco incline al compromesso e ai cambi di bandiera. 

A cura di Ariberto Terragni, leggete il suo Quaderno Sepolto





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