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28 maggio 2013

LA GRANDE BELLEZZA


Proviamo a mettere in sequenza d'Annunzio, Proust, Gide e Thomas Mann. Proviamo a temperare le note più decadenti e compiaciute dei tre nella cornice di una visione felliniana. Aggiungiamo un interprete bravo e navigato e armonizziamo l'insieme con una bella colonna sonora e una fotografia di forte impatto. 

La grande bellezza di Sorrentino è un film senza trama, una lunga sequenza di fotografie di una Roma come al solito ai bordi della decadenza, insonne e sorniona, complice e un po' puttana. Il ritratto di una Sodoma contemporanea che ripesca temi, colori ed episodi dal Fellini de La dolce vita e di Otto e mezzo. 

Il protagonista è un Andrea Sperelli sessantacinquenne, Jep Gambardella, giornalista, scrittore di un solo romanzo risalente a tanti anni prima, ma soprattutto arbiter elegantiarum delle feste romane, un elegante e disincantato sopravvissuto a se stesso che passa le notti con il cocktail in mano, lungo “trenini che sono belli perché non portano da nessuna parte”. 

E' un film lungo, con dialoghi riusciti, due o tre sequenze del tutto gratuite, un protagonista istrionico – Toni Servillo – e tanti comprimari non tutti all'altezza. L'accostamento Roma/decadenza/Sodoma/mala tempora currunt è vecchio come il mondo, vecchio quanto Cicerone e forse più, raccontato dall'avvocato di Arpino nelle sue arringhe, ma anche da Petronio, Marziale, Giovenale, su e su fino alle adorabili sconcezze di d'Annunzio e, in anni non poi così lontani, dalla mitologia che Fellini e Flaiano allestirono intorno al traffico umano di via Veneto. 


Ma il repertorio a cui attinge Sorrentino è notevole. A parte un po' di citazioni a casaccio sparse qua e là (ma Dostoevskij e André Breton sono false piste), la sottotraccia narrativa (umorale mi viene da dire), arraffa volentieri dai languori veneziani di Mann, in letteratura, e dalle volute stilistiche di Marco Bellocchio nel trattamento degli ambienti, dove il gioco falso gotico di musica e ombra dà colore alle inquietudini un po' di maniera del giornalista nottambulo. 

E la maniera, in fondo, va vissuta come la cifra stilistica fondante de La grande bellezza. Un film che assembla e ricapitola vari strati narrativi e semiotici sul limitare di una grande utopia – la bellezza – inverata nelle scorribande notturne di una Roma di nullafacenti e mantenuti; una Roma che non esiste, e che solo con grande difficoltà e accettando le regole del gioco scenico possiamo provare a idealizzare come lo specchio della contemporaneità. 

E' un film in cui la tensione verso l'opera prevale sull'opera, con risultati estetizzanti, ma non compiuti. E se in Fellini lo scorcio finale de La dolce vita è straziante senza essere patetico né tantomeno assolutorio, in Sorrentino la morale della “bellezza nascosta sotto la bruttura” è una rimasticatura senza mordente, così luogo comune da poter quasi sembrare un omaggio/oltraggio alla convenzione del volemose bene


Il rimpianto della gioventù, la rievocazione dell'amore giovanile, l'idea di rimettersi a scrivere unite ad un parlato fuori campo che fa il verso ad una brutta poesia, sono la vera spia che denuncia la contemporaneità. Sono quei colori pastello, quel tentativo sguaiato di poesia a denunciare per davvero chi siamo noi oggi, molto più dei party dei nobilastri e delle sgualdrine in svendita. 

Fuori dall'inquadratura della cinepresa, tutto il resto. Lo squallore delle periferie, il degrado prodotto dal nuovo classismo, la regressione culturale di massa. Qualche sprovveduto potrebbe davvero pensare che La grande bellezza sia la fotografia del presente, mentre erano molto più sul pezzo Flaiano e Pasolini cinquant'anni fa, e lo stesso Fellini dava scudisciate al suo pubblico sbattendogli in faccia la viltà del suo giornalista scrittore, anziché accarezzarlo con la promessa di una redenzione pronto uso per mezzo della bellezza. 

Forse perché è più facile scorgere il bello da un terrazzino sui Fori Imperiali che dal pianerottolo di un palazzo popolare. Ed è anche più comodo, per un autore, mettere a suo agio lo spettatore lasciandolo immedesimare con il ribrezzo del protagonista, anziché costringerlo a fare i conti con la sua di piccolezza borghese e benpensante. 


Ma non voglio mettermi a fare il critico marxista che non sono (né critico né marxista). Sorrentino ha un'idea di regia, il che è già qualcosa. La sequenza finale, con i titoli di coda e la navigazione sul Tevere, è veramente riuscita. Peccato che tutti gli spettatori di norma si alzino rovinandone la visione. 

A cura di Ariberto Terragni, date un'occhiata al suo Quaderno Sepolto



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