Menu

Reader's Bench Menù PressDisclaimerReaders on tourLibri e...MagazineServiziRecensioniClickContattiChi Siamo Homepage

10 aprile 2013

CENTO ANNI DI PIERO CHIARA

Piero Chiara nasca a Luino nel 1913 e muore, a Varese, nel 1986

Sono passati cento anni, ma Piero Chiara è uno di noi. Un provinciale illuminato, uno di quelli che non si sono fatti problemi a narrare il retrobottega delle miserie fasciste prima e del boom economico poi, rivelando l'aspetto medio italiano che è una categoria antropologica in fondo invariabile, una costante che non conosce variazioni. 

Il tessuto psicologico di questa Italia in controluce viene narrato con naturalezza, mai una parola di troppo, mai una  concessione alla morbosità, anche quando le beghe di provincia ben si presterebbero ad una retorica di maniera, compiaciuta come certe chiacchiere di paese; no, Chiara non procedeva in questa direzione. Ironico, certamente, ma mai cinico. 

I suoi personaggi sono parte di una grande trama, frammenti di un discorso troppo lungo da teorizzare: e allora, meglio raccontarla questa storia, ma con amore, con cura. La moglie del commercialista, il medico di paese, il balordo musicista, il pretore dalle insospettabili qualità, sono interpreti di un microcosmo inventato che diventa, per un passaggio di materia letteraria, più reale del reale, perché Chiara, come tutti gli scrittori di razza, in fondo non inventava niente. Osservava, catalogava, in pratica c'era, era il testimone e il cronista, il recensore e il fenomenologo della realtà che si inverava intorno a lui. E poi filtrava persone e personaggi, ricordi e abbozzi in un dispositivo fluido.

Era tutto lì, a portata di mano. Le fredde brume del lago, le luci livide, i contrabbandieri, le fughe in Svizzera, la sua Luino, i racconti degli amici, le ore spensierate. E quell'umanità piccola, un po' scalcinata che stava lì, vittima del caso e dell'inerzia, e attendeva (e attende) solo una penna amica che sapesse raccontarla. Nessuno come Piero Chiara è stato amico del mondo che narrava.
A Piero Chiara é dedicato uno dei premi letterari
più noti del nostro paese
Chiara di certo aveva questo dono. Il dono del racconto, o per meglio dire dell'affabulazione, che preesiste rispetto alla scrittura, che la motiva (pur senza spiegarla) e che sta a monte di tutto. Il racconto perché certe cose bisogna pur dirle e se un pittore trova sfogo sulla tela, lo scultore nella materia, lo scrittore deve scrivere. E' suo dovere, non potrebbe fare altrimenti se non a prezzo di una mutilazione. L'antidoto è abbandonarsi al racconto. 

C'è una forma di gioia, alla base dell'affabulazione di Piero Chiara: è evidente da come la frase resta impressa sulla pagina, da come si concatena ad un tutto che ha l'odore della vita e di un pomeriggio passato al bar, con gli amici, al biliardo. La malinconia, la grande musa dello scrittore, ha tratti di disincanto. Chiara non vuole tornare indietro, ma non può fare a meno di ricordare. Il mondo è qui e ora, sembra dirci, ma senza troppi rimpianti. Nell'urto inevitabile tra i piani temporali, il passato è sempre perdente. Non è nemmeno passato, è la traccia che si rimescola all'oggi, perché la materia di cui è fatto l'esistente non cambia e continua a vivere, in uno scambio simbolico, direbbe Baudrillard, che è la radice stessa della cultura. 

E' stato, ora possiamo dirlo, uno dei grandi scrittori lombardi del novecento. Tanta critica l'ha sempre considerato un minore, poco più di uno scrittore seriale, ma senza capire lo snodo di fondo: a Piero Chiara importava scrivere. Non fare lo scrittore. Forse è per questo che l'esordio fu tardivo e fulminante, con Il piatto piange, opera prima pubblicata da Mondadori grazie al lavoro e all'interessamento di due pilastri vergognosamente misconosciuti della cultura italiana del secolo scorso, che qui nomino a mo' di cenotafio: Niccolò Gallo e Vittorio Sereni. 

Chiara stesso descrisse così il suo debutto: “Non è stata un’ eruzione improvvisa, quella della mia narrativa. Vedevo da più di trent’anni delle ‘fumarole’, sentivo dei borborigmi, delle scosse, ahimè soltanto di primo grado, e mi contentavo di quella poca attività. Poi, apertosi il cratere, cominciò un flusso regolare”. 

Da quel punto in poi, sarà un profluvio di storie, tutte azzeccate: Il balordo, Il pretore di Cuvio, La stanza del vescovo, La spartizione, Il cappotto di Astrakan... Sono titoli che suonano familiari anche senza averli ancora letti. Sono già parte di una storia che ci riguarda. 

I titoli sono l'indicatore principe della poetica di Chiara: frutto di meticolose ricerche, di confronti, ripensamenti. Per ogni romanzo tante scelte, e poi, con intuito da rabdomante, l'autore sapeva cosa scegliere. Il titolo era la tentazione del lettore: che cosa ci sarà sotto? 

Ma la versatilità culturale di Chiara andava oltre la narrazione in senso stretto. Poco nota la sua attività di traduttore (I sonetti funebri, di Gongora, per esempio); si occupò di editoria e curò personalmente intere collane, scrisse una biografia di Gabriele d'Annunzio che nel 1978 diventò un piccolo caso editoriale e si distinse come uno dei maggiori conoscitori della vita e delle opere di Giacomo Casanova. Sì, proprio lui. Il risultato di quell'esperienza è distillato nella scelta di scritti Il vero Casanova, del 1977, oltre che nella curatela dell'opera autobiografica del celebre libertino, Histoire de ma vie. 

Un gusto del vivere che trovava sfogo nelle storie che confezionava, con crescente affetto del pubblico e progressivo distacco della critica, che forse mal tollerava il successo incessante dei suoi libri, che ad ogni pubblicazione non faceva che aumentare. 

Poi la malattia, il congedo di Saluti notturni dal passo della Cisa, l'episodio del funerale, dove il suo feretro viene salutato da decine di bandiere rosse e anarchiche, appartenenti ad un corteo che per errore si era unito alla cerimonia funebre dello scrittore invece che a quella del padre di Dario Fo, vecchio militante socialista. Un frammento di vita che a Chiara, forse, non sarebbe dispiaciuto metabolizzare in uno dei suoi romanzi. 

A cura di Ariberto Terragni, date un'occhiata al suo Quaderno Sepolto


Visitate il sito del Premio Chiara, che ogni anno premia i giovani autori italiani.


Un documentario sulla vita di Piero Chiara





Le ultime pubblicazioni dell'opera di Piero Chiara:



L'uovo al cianuro: e altre storie (Oscar scrittori moderni) di Piero Chiara, Mondadori, 9.50 euro in formato cartaceo, 6.99 euro in formato ebook



Con la faccia per terra e altre storie (Oscar scrittori moderni) di Piero Chiara, Mondadori, 9.00 euro in formato cartaceo, 6.99 euro in formato ebook


Saluti notturni dal Passo della Cisa (Oscar scrittori moderni) di Piero Chiara, Mondadori, 6.99 euro in formato ebook



3 commenti:

Luciano, sfegatato di Chiara che l'ha letto TUTTO... ha detto...

Sono arrivato alle parole: "...microcosmo inventato..." e mi sono fermato lì. Chi ha conosciuto Chiara (vedi Roncoroni) ha sempre detto che lui non inventava niente, riferiva solo storie vissute in prima persona (beato lui, ha fatto una vita invidiabilissima) oppure storie, sempre vere, sentite dagli altri. Informarsi prima di scrivere articoli, prego.

Ariberto Terragni ha detto...

"...un microcosmo inventato che diventa, per un passaggio di materia letteraria, più reale del reale, perché Chiara, come tutti gli scrittori di razza, IN FONDO NON INVENTAVA NIENTE..." Leggere tutta la frase prima di criticare, prego.

Ariberto Terragni ha detto...

Senza contare che "invenzione" è di origine latina, da invenio, "venire a conoscere" tra i primi significati ed è perfettamente riferibile ad una prassi, quella letteraria, che abbina alla conoscenza del reale l'abilità combinatoria della creatività. Definire Piero Chiara uno che faceva della cronaca con i sentito dire degli altri mi pare poca cosa.

Posta un commento

Lascia un commento!