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12 febbraio 2013

LEGGENDO LA NAUSEA DI SARTRE

Jean Paul Sartre muore nel 1980, all'apice del successo
e dopo essere stato un punto di riferimento per la generazione nata nel dopoguerra
Forse è lecito avercela con Jean Paul Sartre. Chi l'ha mai capito in fondo? Arzigogolato, oscuro, troppo complesso. Ha fatto il filosofo, lo scrittore, il critico. Ha catalizzato l'attenzione della cultura mondiale per qualche decennio, e per molto tempo è stato considerato un maestro indiscusso del pensiero. Di quale pensiero? Del pensiero esistenzialista. Che in alcune fasi della storia filosofica occidentale è stato il pensiero. 

Sartre è stato il cerimoniere di questa poderosa intuizione umana. C'è chi dice che sia stato Heidegger il vero padre dell'esistenzialismo, o forse no, forse è stato Dostoevskij nell'ottocento; un momento, Alberto Moravia ha scritto Gli indifferenti prima de La nausea. E Camus? Il rivale, alter ego, allievo, nemesi di Sartre, come lo consideriamo?

E poi Sartre è stato troppo, troppo di tutto. Troppo filosofo, troppo politico, troppo ideologizzato. E quella furbata di rinunciare al Nobel del 1964. E di rinunciare alla Legion d'onore, e di rinunciare ad una prestigiosa cattedra al Collège de France. 

Troppo, insomma. In anni in cui la cultura è stata totalmente dismessa dal dibattito pubblico, era fin troppo evidente che la figura di Sartre dovesse cadere nel dimenticatoio, o peggio, nel ridimensionamento a oltranza: fatto che di per sé potrebbe essere opportuno, specie con personalità debordanti come quella del filosofo francese, ma con premesse del tutto diverse. Oggi non ci sono contro argomentazioni, c'è solo fango, distrazione, e la cultura che siamo in grado di esprimere è qualcosa che sta a metà tra i magheggi finanziari e un malinteso senso di efficienza tecnica. 

Così Sartre, che la Cultura occidentale ha finito in qualche modo per incarnarla negli anni della Contestazione, è diventato il relitto di un'epoca che stiamo facendo di tutto per rimuovere. Bene, male? Non lo so. So solo che rileggendo La nausea, questo romanzo diario saggio del 1938, ho avvertito un brivido, che anni fa, durante la prima e per certi versi frettolosa lettura, non avevo provato. E' il brivido del novecento. Del vuoto, dell'infinito. Il brivido di una civiltà stanca, che si sta per avvitare su se stessa. 
Sartre e Camus le figure simbolo dell'esistenzialismo
E' la sconfinata tristezza mascherata da cinismo che Antoine Roquentin, il protagonista, annota con crudele svagatezza sulle pagine del suo quaderno: un senso del vacuo che ottunde gli altri sensi, inquina la purezza delle percezioni e ricorda ad ogni passo – potremmo dire ad ogni respiro – l'incombenza della morte, che non rappresenta più (nemmeno) una liberazione, ma una prosecuzione dell'assurdo. In nuce, i luoghi della ricerca sartriana ci sono già tutti: la condanna alla libertà, il rapporto conflittuale con il prossimo, la coscienza libera, capace di trascendere la realtà fattuale. 

Il protagonista del romanzo annota, osserva, ma soprattutto soffre. Una sofferenza sorda e muta che rimbomba nelle fibre del suo corpo fino alla chiusura netta. Per tentare di non soffrire più. 

Non avrebbe senso ripercorrere qui la vicenda intellettuale di Sartre, ma forse è possibile lanciare un'occhiata su come un piccolo romanzo come La nausea sia stato in grado di leggere il tempo, fino alle estreme propaggini dei giorni nostri. Pochi libri scritti nel nostro presente avranno un valore tra settant'anni. La nausea invece ci parla ancora: ci dice che siamo ciò che siamo, e che la battaglia per dare un significato alle esperienze piccole e grandi non è mai scontata, perché da essa dipende il confronto più grande, simbolico, tra la nostra esistenza e la morte, tra l'uomo in quanto esserci e l'angoscia di fronte alla perdita. 

Antoine Roquentin è un uomo del nostro tempo. E' il nostro vicino di casa, il nostro collega. Siamo noi stessi. La sua minutaglia spirituale coincide ancora con la nostra percezione delle cose, e la sua crisi di fronte alla crisi dei valori precostituiti è la nostra: segno che forse una risposta agli interrogativi dimenticati dell'esistenzialismo non è mai stata veramente data. E anche ammesso che una risposta non ci sia, il valore di quel Dubbio è andato rimosso, insieme al valore che la ricerca critica è già di per sé. 

Prendersela con Sartre è un gioco facile. Troppi eccessi, troppa politica, troppo tutto. Va bene. In cambio che cosa abbiamo avuto? Intendo a parte la massa di pennivendoli che rincorrono i premi alla sagra della salsiccia. Non ci sono tanti intellettuali capaci di dare un nome alla sofferenza, di dare un colore e un suono al sentimento del tempo che ci assale e ci squassa. E allora rinnovo la domanda: che cosa abbiamo avuto in cambio? 

La lezione di Gianni Vattimo sull'esistenzialismo di Sartre:



A cura di Ariberto Terragni, seguitelo anche sul suo Quaderno Sepolto

Consigli per la lettura:




La cerimonia degli addii-Conversazioni con Jean-Paul Sartre di Simone de Beauvoir, Einaudi, 536 pagg, 14 euro





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