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18 dicembre 2012

LA FABBRICA DEI LIBRI



Il romanzo non è morto, già si sa, è più vivo e diffuso che mai. In letargo (non muore niente in letteratura) forse è piombato lo sperimentalismo, il laboratorio dove venivano affinate tecniche narrative e possibilità linguistiche, il luogo del dibattito e della ricerca dove tanti intellettuali del novecento hanno avuto modo di formarsi e di esprimersi. 


Penso al Gruppo '63 di Arbasino e Antonio Porta o alle esperienze solitarie di Gadda e Malerba fino ai così detti narratori selvaggi degli anni settanta e ottanta, meno organizzati sul piano strutturale ma in grande sintonia a livello di temi ed esperienze. 

La grande frammentazione dell'offerta dovuta alle nuove tecnologie e il ribasso sistemico dell'industria culturale italiana hanno mutato il panorama letterario in modo radicale e in poco tempo, tanto che scrittori e lettori sono spesso i primi ad avere difficoltà a mappare le nuove tendenze letterarie: la fase liquida che l'editoria sta attraversando impone per contro modelli stilistici ben definiti, dalle cui maglie è complicato venire fuori. 

L'offerta è straordinariamente circoscritta: i temi sono confezionati con precisione millimetrica, i generi ben scanditi, come se il mercato editoriale fosse in preda al terrore di uscire dal seminato proponendo contaminazioni e spostamenti di ottica, gli ingredienti che di solito consentono lo sperimentalismo in ogni forma di arte. Bisogna vedere, appunto, se stiamo parlando ancora di arte, se la letteratura cioè può ancora avanzare la pretesa di essere la grande interprete degli umori e delle inquietudini sociali, di darsi ancora come cartina di tornasole generazionale, o se piuttosto non è stata assimilata al ruolo mediatico di intrattenimento di lusso, come una fiction o una macchietta del sabato sera. 

Temo che l'indicatore principale di questo smottamento sia proprio l'assenza di una scuola creativa di stampo sperimentalista: l'area vergine in cui dare sfogo a errori e splendori, alla ricerca di un prodotto di qualità che si smarchi dal già detto e che al tempo stesso serva da pietra di paragone per il dopo, un po' come fecero alcune deviazioni di percorso all'apparenza estemporanee di Arbasino e Manganelli (i primi due nomi che mi vengono in mente). C'è stato un tempo, in Italia, in cui erano considerati romanzetti i libri di Cassola e Bassani, e penso di aver detto tutto con questo esempio. 

Certo, c'era un'editoria diversa. Disposta ad investire e ogni tanto a perdere qualcosa. Giravano più soldi, è vero, e paradossalmente il minor numero di lettori puntava su una qualità maggiore, ma ciò non toglie che a parità di crisi del settore (e di crisi generale) forse varrebbe la pena di rischiare per il meglio invece che per il peggio. Anche se si dà alle stampe (o alla digitalizzazione) un romanzetto rosa in meno e si desse spazio ad un prodotto d'avanguardia in più non ci sarebbe niente di male: ogni seme gettato potrebbe essere il punto di partenza per un'innovazione dei contenuti che abbia finalmente a che fare con noi e il nostro tempo. 

Naturalmente, sarebbe un discorso di aperta controtendenza rispetto a quello che è il canone ufficiale: la letteratura come forma di spettacolo e intrattenimento, di svago, di fuga. Da qui l'egemonia ormai pressoché incontrastata del genere, come se il pungolo, lo sprone che può dare un libro difficile e impegnato fosse troppo rischioso ed economicamente improduttivo. 

Si è passati da una fase culturale con tanti, troppi “ismi” ad una in cui non ce n'è nemmeno uno; da ricerche letterarie che sfociavano nell'arzigogolo e nel monumento alla struttura al vuoto del fantasy e del giallo. E se una volta gli autori italiani più importanti (e qualche volta anche più venduti) erano Calvino, Moravia o Sciascia, ora abbiamo, che so, Faletti e Carofiglio. Non è la stessa cosa mi pare. 

La forma dell'impegno civile, così importante nella veste classica dell'intellettuale, è stata venduta come posa insincera e noiosa, a tutto vantaggio del disimpegno più sfrenato e sganciato dalla realtà. E che cosa resta all'arte se viene privata del mondo? Ma soprattutto, chi ha tratto vantaggio dal depensamento generalizzato che la letteratura di massa propone come unica via? Ognuno può dare la sua risposta naturalmente. Magari tenendo presente che se affoghiamo in libri inutili e se non ci sono su piazza intellettuali di carattere ci saranno pure delle ragioni. 

A cura di Ariberto Terragni, date un'occhiata al suo Quaderno Sepolto



4 commenti:

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