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6 novembre 2012

DUE NON E' IL DOPPIO DI UNO



Oggi nella nostra rubrica La frase che vale un libro non ho potuto fare a meno di selezionare ben quattro brevi passi dal testo di Elettra Groppo, “Due non è il doppio di uno” (Emi’s World), opera estremamente importante e accurata che si presenta come un saggio romanzato sul tema discusso e complesso della bisessualità.

La scelta dell’autrice è stata quella di scrivere un’opera che fosse in grado si sommare l’analiticità e la comunicazione di dati scientifici e psicologici con la morbidezza e fruibilità della narrazione. Scelta riuscitissima che riesce a condurre il lettore lungo l’analisi di circa duecentocinquanta pagine di disquisizione filosofico-biologico-psicologica senza mai annoiare e, ciò che più conta, permettendo di giungere a una comprensione perfetta dell’intento comunicativo. Dunque sono ben quattro i passi che vanno riportati poiché in essi troviamo l’esposizione di una serie di importantissimi concetti, spesso ignorati e la cui comprensione può aiutare la crescita civile e culturale di ognuno di noi.

“Stranamente nella vita fai spesso scelte importanti senza quasi rendertene conto. Le fai credendo che sia cosa facile e normale, ma poi ti accorgi che la tua vita non è più quella di prima. In ogni caso la scelta ti cambia e ti lascia lì, davanti all’uomo nuovo che sei diventato… riconosci tratti vecchi che ti rassicurano, ma a una seconda occhiata capisci che le regole di ieri oggi non valgono più, che le cose sono cambiate.”

Questo passo parla del cambiamento, quello inaspettato eppure inevitabile, quel mutamento continuo di cui già Eraclito parlava e che è giunto a noi condensato nella massima “panta rhei” (Tutto scorre). Quanto può spaventarci il cambiamento? Quanto siamo disposti ad accettare la complessità del reale e della vita? Cosa siamo disposti a fare pur di essere coerenti col nostro essere mutevole e cangiante? Interrogativi questi, che nascono immediatamente non appena si inizia a leggere “Due non è il doppio di uno” e che impongono progressivamente un ripensamento del nostro pensiero monolitico.

“Forse è questo uno dei motivi per cui poi mi ritrovavo spesso solo e del perché mi piaceva la solitudine. Cerchiamo sempre una perfezione nell’altro, anche quando non può esistere. Quello che è perfetto per noi non lo deve essere per forza per qualcun altro. Eppure tendiamo verso quel punto senza mai raggiungerlo. Tu mi lasci essere me stesso. Mi piace quando mi stupisci, quando dici qualcosa che non pensavo potessi dirmi, o mi spiazzi con un gesto che non pensavo ti appartenesse. Mi piace che allo stesso tempo i nostri pensieri e ragionamenti collimino, così come i nostri sentimenti e le nostre emozioni. Sei la mia perfezione imperfetta.”

La perfezione. Quanto l’idea di perfezione condiziona il nostro vissuto e soprattutto quanto il nostro tendere ad un’idea non ben definita di essere perfetto inquina il nostro modo di rapportarci agli altri e frustra il nostro sentire? L’espressione “perfezione imperfetta” sembra racchiudere l’essenza del nostro essere umani, l’idea cioè che la nostra immensa bellezza risieda nell’imperfezione inevitabile che ci contraddistingue e che ci permette di essere esseri senzienti e sensibili, esseri fatti di carne, sangue e pensieri e non sterili e vuoti automi progettati per agire su imposizione altrui.

“Viviamo tutti in etichette e uscirne è sempre difficile. Quando la felicità cade al di fuori del tuo cerchio hai solo due scelte. Rimanere nel tuo cerchio e fare quello che la gente si aspetta da te o fare un passo fuori, afferrare quella felicità e stupire gli altri.”

È innegabile l’influenza che gli stereotipi esercitano su ognuno di noi condizionando il nostro vivere e precludendoci la possibilità di crescere mediante l’incontro con l’altro. Le etichette rappresentano, come ben spiega l’autrice, il tentativo di combattere il caos che contraddistingue la natura delle cose e di individuare una definizione che serva a spiegarci chi siamo, una categoria nella quale inserirci e dove poter stare sicuri allontanando il rischio di dover continuamente rimettere in discussione il nostro essere. Ecco dunque che omosessuale ed eterosessuale sono nomenclature con le quali si cerca di recidere l’antitetico svilupparsi del nostro essere e di chiudere la ricerca di se stessi. In fondo, per quanto difficile possa essere l’accettazione della propria natura, risulta molto più semplice soffrire un po’ per poi mettere la parola fine al dolore e iniziare daccapo con una lettera maiuscola, una vita nuova che segua l’orientamento che siamo finalmente riusciti ad accettare più che accogliere l’idea di poter restare sempre aperti al mutamento e alla precarietà del nostro divenire, accettare cioè l’idea che l’amore possa riguardare l’atra persona indipendentemente dal suo sesso.

“L’amore accettato è quello tra un uomo e una donna con non più di una decina d’anni di differenza d’età. Tutti gli altri amori sembrano nascondere qualcosa: i ricchi con i poveri sono solo amori per interesse; una donna giovane e bella che sceglie un uomo vecchio sarà per un’eredità; relazioni tra persone dello stesso sesso sono contro natura e nascondono sicuramente un trauma; razze differenti non potranno mai capirsi perché hanno culture differenti. Quanti altri amori sbagliati ci sono? Esiste veramente un amore giusto? E quanto c’è di vero in ogni pregiudizio?”

Quest’ultimo passo esprime in modo poetico e lungimirante la categorizzazione umana dell’amore dovuta a secoli e secoli di pregiudizi e di tradizioni che hanno inculcato nel nostro pensiero un modo univoco e unidirezionale di pensiero, una visione del mondo e dell’essere umano propria del più spinto manicheismo. Ha davvero senso parlare di “amore sbagliato”? L’amore può essere contro natura o ingiusto se è davvero tale? L’amore, inteso come A-MORS, negazione della morte, può essere ritenuto come qualcosa di perverso, sbagliato, abietto, ridicolo? Chi siamo noi per dire quando si possa amare e quando sia vero amore, sempre, ben inteso, nell’ambito di una relazione consapevole e consenziente? 

Questi sono gli interrogativi che Elettra Groppo intende sollevare con la sua opera, interrogativi che ognuno di noi dovrebbe porsi per ricercare una crescita interiore e intellettiva e un miglioramento della propria coscienza critica. In un mondo dove sembra volersi fare a gare a chi riesca a dire più spesso agli altri “ecco, per questo tuo essere o agire, andrai all’inferno”, “Due non è il doppio di uno”, con la bellezza e la magia propria della letteratura sembra porre l’attenzione sull’antitesi tra amore e inferno e rispondere dunque che l’amore come atto di vita e di felicità è incompatibile col peccato, col disprezzo e con presunte definizioni di normalità.

A cura di Claudio Volpe


Due non é il doppio di uno di Elettra Groppo, Casa Editrice Emi's World, in formato e-book a 9.99 euro


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