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17 ottobre 2012

STORIE DEL SECOLO SCORSO



Un mondo perduto, un tempo immaginato; una lingua mai scritta, le voci dell'infanzia. Sono tanti, e tutti suggestivi gli echi che si riverberano tra le pagine di Libera nos a Malo, opera principale di quello scrittore appartato e discreto che è stato Luigi Meneghello, veneto migrante, autore di uno degli scorci di novecento forse destinati a durare più a lungo nei prossimi decenni. 

Uscito nel 1963, il libro ripercorre la giovinezza dell'autore, tra le piccolezze e gli splendori della provincia, la comicità involontaria della religione paesana, la genuinità della vita semplice e l'ombra del fascismo (il capofamiglia arrogante e violento che però ha dominato la letteratura di almeno due generazioni, da nord a sud, dalla campagna alla città: un fenomeno pervasivo e ancora tutto da indagare in un'epoca in cui si tende a minimizzare, a dire che in fondo non è stato niente di che, chiusa parentesi).

Possiamo definirlo romanzo, ma forse dovremmo solamente chiamarlo elegia, viaggio a ritroso in quel territorio infido e sconcertante che è il ricordo trasfigurato dal tempo: i luoghi, le facce, le usanze si affastellano sul ciglio di quel burrone che è la modernizzazione, ossia l'estinzione della realtà particolare a vantaggio dei comportamenti omogeneizzati imposti da una specie di globalizzazione ante litteram che ha negato il principio artigianale degli utensili per imporre la logica della produzione in serie, tanto nella manifattura quanto nella lingua e nel corpo delle persone. 

Lo scrittore passa in rassegna il suo vissuto. Lo scandaglia, lo ausculta. Sa che è un bene volatile, destinato a perdersi nel giro di qualche anno, di qualche generazione al massimo, al punto che ogni dettaglio, ogni piccolo oggetto della storia assume un carattere irripetibile, simbolico, perché predisposto a contenere una somma di significati che di lì a poco spariranno, inghiottiti dal vortice del tempo. Meneghello accetta la realtà in blocco, non la giudica: lascia che la vita si libri lungo il proprio corso, con le sue contraddizioni, le sue stramberie, persino con la sua ingiustizia. 

C'è un tono amaro sotto l'ironia di molti passaggi, come quelli dedicati alla religiosità superstiziosa che gli adulti insegnavano ai bambini o all'interpretazione popolare delle leggi, dove lo Stato è sempre subordinato ad un variabile concetto della famiglia. 

La realtà di cui narra Libera nos a Malo mi ha ricordato il tono e la forma di un altro scrittore veneto che ho molto amato: il Goffredo Parise de Il prete bello. Il contesto storico e sociale a cui si fa riferimento è simile, i colori sono gli stessi, così come l'affetto tradito che trapela da ogni pagina, la fiducia andata a male di un bambino che si è fidato dei genitori e del mondo adulto, della scuola e della chiesa e che di punto in bianco si è trovato a fare i conti con la realtà dei fatti. Il risveglio è brusco, una doccia gelata, ma intanto l'infanzia è andata, e quei momenti sono passati per sempre. 

Sotto la buccia, la polpa di una vanità passeggera, che Meneghello in qualche modo rivendica: la fierezza un po' scontata di esserci, di aver vissuto, come quel Neruda traboccante di sentimenti annunciava fin dal titolo del suo Confesso; ecco, siamo in territori non molto distanti, in tratti di strada che tra polvere e fanghiglia rivelano una sottotraccia dolorosa, una pena nascosta. 

Malo c'è e non c'è; vive nel ricordo di uno, quindi non vive o vive troppo, occupa luoghi e stanze, come un gas venefico, non c'è verso di aprire le finestre, la sua lingua ha radici troppo profonde, così innervate nel vissuto dell'autore da trattenere nella sua grammatica irreale i codici della realtà, quelle parole con cui costruiamo il nostro mondo e noi stessi. E' la forza e il limite del provinciale. Il radicamento che non fa perdere l'equilibrio ma che impedisce il movimento. 

Propongo un altro confronto, forse più azzardato rispetto a quello di Neruda, ma con maggiore omogeneità rispetto a Parise: quello tra Libera nos a Malo e un vecchio libro di Federico Fellini, Fare un film, insieme di ricordi, progetti sparsi, aneddoti in cui tutto si dice tranne come si fa un film. Il tono della narrazione felliniana è sulla falsariga di Libera nos a Malo, ma non credo che il regista abbia copiato, come si dice. C'è piuttosto un'assonanza generazionale, nei tempi, nella cadenza della lingua, nell'elaborazione del fascismo che mi è rimasta impressa come un marchio inevitabile. 

Il tempo perduto della vita di uno scrittore forse è fatto per ritrovarsi in un libro, per ridare corpo e senso ad uno spicchio di cronos che altrimenti resterebbe volatile e caduco al pari di tutte le altre vite: un tempo e un luogo che in Meneghello si chiamano Malo

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo anche sul suo Quaderno Sepolto

I libri dell'articolo:


Libera Nos a Malo di Luigi Meneghello, BUR, 296 pagg, 7.90 euro, in formato e-book a 4.99 euro


Il prete bello di Goffredo Parise, Adelphi, 259 pagg, 19.00 euro


Fare un film di Federico Fellini, Einaudi, 236 pagg, 12.00 euro


Confesso che ho vissuto di Pablo Neruda, Mondadori, 437 pagg, 11.00 euro

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