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29 ottobre 2012

STEVE McCURRY VITA, OPERE E MIRACOLI



Se una fotografia possiamo paragonarla al racconto di un istante, dobbiamo anche riconoscere che sono sono esistiti grandi narratori di istanti. Non sono stati molti a raggiungere questo traguardo ma quei pochi che ci sono riusciti hanno raccontato, in un semplice scatto, una vita intera.


Steve McCurry é uno di questi e le sue foto hanno raccontato tutta l’essenza di una vita. La sua ragazza afgana  è diventata un’icona contemporanea e con quella foto, McCurry, è riuscito a narrare tutta l’atrocità di una guerra e la disperazione causati dal conflitto in Afghanistan durante gli anni 80. Ma nella foto c'é anche la forza e la rabbia di una ragazza privata della sua infanzia e della sua famiglia per una guerra di cui non ha colpa.

McCurry nasce a Newtown Township il 23 aprile del 1950 e il suo primo amore all’inizio sembra la regia, tanto più che si iscrive alla Penn State University per studiare cinema e fotografia e alla fine si laurea (con lode) in Arte e Architettura. Per mantenersi fa mille lavori, tra cui il cuoco ma ben presto la fotografia diventa uno dei suoi interessi principali che si concretizza quando inizia a lavorare per il quotidiano dell’università che frequenta, il “Daily Collegian”.

Dopo la laurea inizia a lavorare come fotografo per un quotidiano di Philadelphia, il “King of Prussia” e per circa due anni questa è la sua occupazione, finché un giorno non decide di partire come fotografo freelance con destinazione India e Nepal.


In questo contesto avvengono due cambiamenti nel modo di vedere la fotografia di McCurry: per prima cosa inizia a fotografare a colori e poi, cosa più importante, é lì che impara ad aspettare e a guardare la vita. Affemerà infatti che saper aspettare  é la più grande dote di un fotografo ed avere il pieno controllo di se stessi e del mezzo permetterà che "la gente si dimenticherà della vostra macchina fotografica ed il loro animo più profondo si mostrerà”.

Un’altra svolta avviene nel 1979 quando si trova nel confine nord-ovest del Pakistan dove incontra alcuni profughi afghani che lo informano dello scoppio della guerra. McCurry perciò decide di attraversare il confine e travestito con abiti tradizionali, si mischia a questo fiume umano, nascondendo sia la sua macchina che i rullini. Passerà alcune settimane con i ribelli mujaheddin, schivando l’artigliera pesante durante il giorno e le mine lungo gli spostamenti notturni.

Una volta tornato in Pakistan con i suoi preziosi rullini li sottopone alle principali testate occidentali e difatti questi saranno i primi scatti ad essere pubblicati sul New York Times e saranno sempre loro a dare risonanza al nascente conflitto afghano.

Questa svolta porta a McCurry numerosi incarichi e onorificenze. Nel 1980 riceve la “Robert Capa gold medal” per il miglior servizio di fotoreportage all’estero, il coraggio e lo spirito di iniziativa.


Questo suo modo di approccio al lavoro non può non ricordare quello dei grandi fotografi del National Geographic ed é per questo che la prestigiosa fondazione lo contatta per realizzare reportage. Il National gli fornisce le risorse ed il tempo necessari per realizzare servizi in maniera più approfondita.

Tra i vari pellegrinaggi che effettua tra Pakistan e Afghanistan avviene la magia... E’ il 1984 e Steve McCurry si trova in un campo profughi di afghani in Pakistan, vicino a Peshwar. Qui McCurry trova una ragazza di 13 anni appena rimasta orfana, Sharbat Gula. Rimane colpito dagli occhi verdi di questa ragazza, due smeraldi, uno sguardo magnetico che risalta tra la polvere e la disperazione che la circondano.

La ragazza guarda dritta in camera, con i suoi occhi verdi così intensi e carichi di odio, tensione, terrore ma anche la fierezza. Il vestito strappato in alcuni punti ed una foto che riesce a racchiudere tutto l’orrore di ciò che ha portato la guerra.

La foto di cui stiamo parlando è ovviamente “La ragazza afghana”, che diventerà la copertina del National Geographic del giugno del 1985, ma soprattutto un’icona della nostra cultura contemporanea ed é probabilmente la foto più famosa al mondo.

Anni dopo, nel 2002, McCurry si mette alla ricerca della ragazza ed in collaborazione col National Geographic realizza il documentario “Alla ricerca della ragazza afghana”. Una volta ritrovata, scoprirà il suo nome (nel 1984 non lo sapeva), è di etnia pashtun, le tribù guerriere dell’Afghanistan (che spiegano in parte la fierezza del suo sguardo) che ora è sposata ed è madre di due figli. Nonostante il burqa, color prugna, McCurry immortale nuovamente il suo sguardo. La ragazza ha il volto segnato da anni di conflitti infatti le rughe la rendono più vecchia dei suoi trent’anni (adesso ne dovrebbe avere circa una quarantina), ma i suoi occhi rimangono tali e quali.


Nel 1986 entra a far parte della prestigiosa agenzia Magnum, nota per l'intenzione di lavorare per la libertà di espressione e di informazione.

Il lavoro di McCurry si concentra maggiormente nei paesi poveri dove si svolgono alcuni devastanti conflitti, ma il suo interesse sta nel documentare non solo la guerra ma soprattutto gli stravolgimenti che essa comporta nella vita delle persone e questo é possibile solo rincorrendo quell'istante. Il momento esatto in cui si affaccia l’anima delle persone e l'attimo in cui l'individuo in cui si sente più indifeso e riesce a trasmettere più emozioni.

Ovviamente si è occupato anche di documentare momenti di vita quotidiana, ricordo alcuni scatti fatti ad un gondoliere a Venezia, ad una processione religiosa in Umbria. Ma sopprattutto altri scatti celebri li fece, paradossalmente, vicino casa.

McCurry vive a New York ed é appena rientrato da un viaggio in Tibet, per un servizio del National Geographic ed è il 2001 ed è un giorno che cambierà per sempre il mondo... Era l’11 settembre e a lui appartengono alcuni degli scatti più importanti di quelle ore di dolore, panico e disperazione.

McCurry inoltre non ha mai disprezzato il passaggio a digitale, difatti possiede una Nikon D3s ed una Hasselblad nel suo equipaggiamento, ma il suo amore più grande resta la pellicola. La Kodak, gli concede l’onore di scattare delle foto con l’ultimo rullino di pellicole Kodakchrome prodotto. McCurry perciò realizza una serie di scatti che segnano la fine e celebrano allo stesso tempo uno dei supporti maggiormente utilizzati dai fotografi di tutto il mondo.

Adesso McCurry è chiamato ad una prova non indifferente, difatti gli è stato commissionato il celeberrimo “Calendario Pirelli”, niente di più diverso dal suo modo di vedere la fotografia. Da un lato, un fotografo che documenta il mondo nei suoi aspetti a volte più crudi dall’altra un calendario famoso per le sue atmosfere glam. Sembra però che McCurry non abbia fatto foto di nudi, ma si sia concentrato sull’anima della donna. La curiosità sta per essere ripagata e già, su internet, é possibile trovare i primi scatti del calendario.

Io adoro Steve McCurry, non solo perchè è considerato all’unaminità, uno dei più grandi fotografi del mondo, ma anche per il suo contributo a quest'arte. Lo stimo anche per il suo modo di affrontare il mondo in maniera spensierata, curiosa, alla continua ricerca di qualcosa da vedere e da mostrare. Come  sia riuscito a far diventare luoghi vicini a noi mete esotiche, come abbia documentato la guerra in maniera diversa rispetto ai classici reporter e soprattutto a trasmettere la voglia di viaggiare e di vedere i colori del mondo, é quasi un mistero. Un artista contemporaneo, tutto da scoprire, é Steve McCurry.

A cura di Claudio Turetta

Sono numerosi i libri di Steve McCurry e molto si trova anche nei libri e nell’archivio del National Geographic

Sito ufficiale: http://stevemccurry.com/

Suggerimenti per la lettura:


The Iconic Photograph, Phaidon ristampa il libro di McCurry, 272 pagg, 39 euro


South southeast di Steve McCurry, Phaidon, 160 pagg, 43 euro


Sanctuary: The temples of Angkor di Steve McCurry, Phaidon, 128 pagg, 30 euro


The path to Buddha. A tibetan pilgrimage di Steve McCurry, Phaidon, 141 pagg, 20 euro


In the shadow of mountains di Steve McCurry, Phaidon, 132 pagg, 39 euro



2 commenti:

معاذ الاسكندرانى ha detto...


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