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11 settembre 2012

SYLVIA PLATH, TUTTO IN GIOCO



A Paola, che ora sa


Nella poesia di Sylvia Plath sembra sempre di essere sul punto di rottura, come se la struttura (qualunque essa sia: psichica, poetica, sintattica) fosse ad un passo dal crollo. La scrittura della Plath si qualifica prima di tutto come irreversibile, irreparabile. O lo splendore o la rovina. 

Le colline digradano nel bianco./ Persone o stelle mi guardano con tristezza, le deludo./ Il treno lascia dietro una linea di fiato./ Oh lento cavallo color della ruggine, zoccoli, dolorose campane./ È tutta la mattina che/ la mattina sta annerendo, un fiore lasciato fuori./ Le mie ossa racchiudono un'immobilità, i campi/ lontani mi sciolgono il cuore./ Minacciano/ di lasciarmi entrare in un cielo/ senza stelle né padre, un'acqua scura.

Così dice Sheep in fog. 

Le parole sono lamine, molto concrete. Non c'è spazio per i sogni, è la materia la pietra di paragone, il termine di riferimento, l'orizzonte - stilistico, formale - entro cui la poesia trova spazio e vita. Sono lande di terra e di mare quelle in cui la Plath realizza il suo ideale, ma sempre in negativo, come sottrazione o impossibilità, quasi che la creazione fosse possibile solo a partire da una tensione opposta e irraggiungibile. A country far away as health, un non luogo, un luogo ipotizzato, tanto a che a volte sorge quasi il dubbio che l'obiettivo sia effettivamente conquistarlo, ma anzi tenerlo a distanza, come eterna promessa destinata a infrangersi una volta mantenuta. 

Ma sono fatti anche di rabbia i momenti di più intensa introspezione. Una rabbia covata e nutrita di bile che la scrittrice secerne in un distillato di immagini nitide e taglienti: sono il nero che intinge la vita e alla fine la perde, la straccia, la corrode sulla soglia della sua realizzazione; da questo punto di vista Ariel si offre come un repertorio di perdite: di occasioni, di tempo, del padre, degli uomini, delle amicizie, ed è una discesa senza sconti e senza remore, che non contempla il pessimismo, ma un'intransigente scarnificazione del reale. Il sentimento c'è, ed è perentorio, ma apparentemente incapace di animarsi per qualcosa di vivo e di presente. 

C'è un troppo poco nella vita letteraria della poetessa. Non un vuoto, ma piuttosto un'insufficienza il cui tentativo di colmarla si avverte come un affanno lungo tutta la vicenda poetica della Plath. "Lo troverò mai questo qualcosa che non so?" Si chiede Sylvia. Come si diceva poc'anzi, trovare questo qualcosa avrebbe significato perderlo immediatamente, e con esso perdere il movente nascosto della poesia. La domanda, allora, appare retorica, parte fondante di quel gioco tra autore e opera, e a tra autore e lettore che sta alla base di tanta letteratura, ma svolta in chiave esistenziale. 

E con esiti brucianti: il prezzo che la Plath dovrà pagare alla poesia sarà altissimo, The dead bell suonerà un rintocco sordo e senza ritorni, e anche se è di norma scorretto leggere l'opera di un autore alla luce della sua morte, nel caso della Plath è impossibile scindere il discorso artistico dalle scelte esistenziali, e quasi automatico ricondurre le asperità della terra di cui narra con la disperazione del suo paesaggio interiore. 

Le mire di un attraversamento, crossing the water, sono il certificato della sconfitta annunciata più che un tentativo di moto, di decentramento rispetto al qui e ora ormai corrotto e non più recuperabile. La verticalità della figura umana non ha solide radici, ma è sinonimo di precarietà, almeno fino a quando il corpo non troverà requie nella morte, nel riposo eterno nell'humus. Allora potrà esserci un colloquio, uno scambio reale, una simbiosi.

 È il tragico lembo a cui giunge la riflessione di Sylvia Plath; il risvolto oltre il quale  si apre il nulla, la negazione, la non risposta che mette a tacere tutte le domande. L'oscurità (il grande doppio dell'acqua, due elementi che giocano a scambiarsi di ruolo e ad alternarsi) prenderà a poco a poco il sopravvento su tutto. Gli spiragli che ancora sapevano gettare della luce e del respiro nella vischiosità dell'esistenza si fanno sempre più radi, fino a non essere più. 

I versi si allungano, si accorciano, svaniscono in linee infinite; la tensione non conosce sosta, procede a sbalzi, si ingolfa, fino a dare luogo a strane composizioni grafiche di binari sovrapposti e sfuggenti. “Il tuo corpo / mi fa male come il mondo fa male a Dio”. E' qualcosa di più di un'ammissione implicita. E' lo scarto tra la dimensione intima e il parossismo di un dolore generalizzato che investe il mondo intero; una parte per il tutto irreversibile.

Non c'erano altri criteri di scelta per Sylvia Plath

A cura di Ariberto Terragni



I capolavori di Sylvia Plath, Mondadori, 735 pagg, 16.00 euro

4 commenti:

Claudia Peduzzi ha detto...

Non ho mai letto nulla della Plath, per me è quella signora che con la sua morte aveva sconvolto tanto la mia mamma (io non ero ancora nata). È incredibile cosa resti nella mente dei bambini, in quell'età in cui si crede non capiscano ciò che succede nel mondo "dei grandi".

Ariberto Terragni ha detto...

E' un aneddoto molto interessante quello che hai detto. I bambini sanno tutto, e a volte meglio di noi. La Plath comunque è un'autrice che vale la pena di leggere. I Diari secondo me sono bellissimi.

Claudia Peduzzi ha detto...

Sono certa di trovarli nella libreria di mia mamma, molto probabilmente in inglese ... le chiederò!

Reader's Bench ha detto...

I Diari di Sylvia Plath vengono pubblicati da Adelphi, il costo dovrebbe aggirarsi intorno ai 13 euro

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