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18 settembre 2012

ADDIO A ROBERTO ROVERSI



Pochi mesi fa, durante una discussione tra amici, mi fu chiesto quale fosse secondo me il più grande scrittore italiano vivente. Ci pensai un attimo, ma alla fine non mi ci volle molto a trovare una risposta: dissi Roberto Roversi, insieme ad un altro autore, saggista, che non nomino per pura scaramanzia. 

Ora Roberto Roversi non c'è più, passato a miglior vita come si usa dire; ma il problema è che insieme a lui passa a miglior vita anche una porzione troppo larga della vita culturale italiana, quando questa esisteva ancora. Se ne vanno gli anni di Officina, di Rendiconti, delle dispute letterarie – ideologiche tra Sciascia, Pasolini, Fortini, ma si estingue anche una certa mentalità che privilegiava l'espressione nuda e cruda alla promozione spudorata di sé a cui ci hanno abituato tanti autori star sia ai suoi tempi che ai nostri; perché Roversi faceva di tutto per restare se stesso: poesie regalate ai clienti della sua libreria antiquaria, fogli sparsi, ciclostilati, dispersi in centinaia di fogli semiclandestini, di piccole frazioni di pura letteratura che sfuggivano alla critica e alle mode. Basti pensare alle sue prime, ormai leggendarie, Descrizioni in atto

E' stato definito poeta civile, e per una volta sono d'accordo con una definizione. La tradizione di cui si è fatto interprete questo ultimo, grande poeta italiano affonda le sue radici nel terreno della Storia, della convivenza, ma anche delle sanguinose battaglie su cui la Storia si fonda, tanto nel terreno politico quanto in quello culturale. 

Le lunghe volute dei suoi versi scandivano il tempo con il ritmo di un metronomo, lo tagliavano a metà e ci davano la polpa sanguinante della nostra vita, della nostra identità, da Campoformio fino al piombo del terrorismo. E Roversi rimaneva lì, nel suo punto di osservazione appartato, che poi era il grande terrazzo dove captava il mutamento della società con sensibilità rabdomantica: un dono, ma anche una maledizione, una condanna ad esserci sempre e a capire sempre tutto, grazie o per colpa dei complicati strumenti mentali che rendono tale un poeta. 

Ora che il poeta bolognese non c'è più, non solo so sempre meno chi siano i grandi scrittori italiani intesi come grandi interpreti del nostro tempo, ma non so più nemmeno da chi e in quale modo siano stati raccolti i frutti della straordinaria fucina di menti e idee che questo paese ha avuto la fortuna di veder crescere sul suo suolo, quando la cultura contava ancora qualcosa e i destini di un intero popolo non erano affidati a quella gigantesca truffa che tutti orgogliosi chiamiamo tecnocrazia e che invece è solo un modo nuovo di designare una dittatura. 

Con una cultura di alto profilo è più facile stare all'erta. E' più facile fare collegamenti, capire le trame, farsi un'opinione che non sia solo una chiacchiera, ma questo è un altro discorso. 

Roversi è vissuto comunque a lungo, più di tutti i suoi colleghi, amici, collaboratori; ci ha lasciato delle poesie tanto belle quanto difficili da reperire, se non in sporadiche e occasionali antologie curate e realizzate da altri, visto che lui, con infinita e sincera modestia, riteneva di essere destinato alla “spazzatura della storia”. Non è così ovviamente. Nelle sue parole, nella complessità delle sue architetture, Roversi ci lascia un paesaggio di sorprendente nitore, di impressionante lucidità: era un poeta dal verso lungo, discorsivo, con immagini scolpite e potenti; non un ermetico, ma un poeta di lotta e di denuncia, che non aveva paura di sporcarsi le mani con il materiale della cronaca, né con le contraddizioni che ogni fase storica porta con sé nel suo farsi. 

Ci lascia una testimonianza di poesia etica, e non uso questo termine tanto abusato giusto per fare. In Roversi l'idea di impegno civile corrisponde ad un'ottica etica entro cui consumare gli spazi e i rapporti con gli altri, la vita culturale e il sentimento verso il proprio paese: è stato un italiano anomalo in questo senso, o un italiano tipico se rapportato ai grandi esempi di poesia civile del nostro paese, da Dante in giù tanto per dire. 

E tutto questo in aperta antitesi con un sistema che già trenta, quarant'anni fa cominciava a privilegiare l'aspetto mercificato del prodotto culturale, sempre più assimilato al rango di oggetto da piazzare sul mercato. Possiamo provare a pensare al percorso anomalo e coraggioso di Roversi come ad un monito, dove il rigore intellettuale non si è mai scisso dalla cura verso il prossimo, vero il mondo, verso l'ignoto che ci abita. 

A cura di Ariberto Terragni, scoprite il suo Quaderno Sepolto


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