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30 luglio 2012

IN FIN DI VOCE



E così m'è salito il magone alla fine. Ho preso la macchina e sono salito fino alle alture brianzole, quella specie di altopiano che si disperde nella brughiera, di sotto, come un oceano primitivo di valli e arbusti e altri binomi condannati al dittico: muschi e licheni, sole e mare, libro e copertina. 


Sono venuto qui a sedermi in mezzo al niente. La balaustra di granito mi separa da un volo di qualche decina di metri, un pieno d'aria e zanzare che neanche Epicuro sarebbe riuscito a chiamare pieno, ma vuoto e vuoto e ancora vuoto. Riempio i polmoni al ritmo della mia tachicardia. Tump, tump, baritono, basso, base musicale. 

Non lavorerò più per Rollo. Sì, è la notizia. 

No, non mi sono licenziato. Mi hanno lasciato a spasso. Mi hanno messo in liquidazione. Materiale umano in esubero. E poi con questi modi qui, questa faccia qui, beh, diciamocelo “Te la sei cercata ragazzo.” Bel modo per chiudere una settimana che peggio non si poteva. E tu che credevi, e tu che pensavi. No, no. Non devi né credere né pensare. Il tuo pezzo è sotto scacco, rassegnati bello, sono i tempi che corrono. Mi mangerò il poco che mi resta sul conto corrente e poi vedrò. La sola idea di tornare a casa mi mette i brividi. 

Mi dispiace Castore, ma ci sono persone più qualificate di te, e noi siamo costretti a razionalizzare il nostro organico. E io che pensavo agli orgoni di Reich, e di riflesso allo “scaricar gli orgoni” di Gadda; ommioddio, ommadremia, che sciagura. Altro che organico. 

E dall'organico passo all'inorganico. Miracolo, trasformazione della materia. Eccomi qui: materia sociale, alchimia burocratica col fallimento incorporato. Il fallo non c'entra niente stavolta. 

Ti svegli un mattino che non hai più vent'anni, non sei più giovane, non sei più niente, ma sei solo il pezzo di carne che sei, e il corredo di bolle statali, certificati e cartame  vario non basta a fare di te un uomo, ma quel numero che meriti di essere, la X nel ciclo delle carte bollate e delle autorizzazioni, e dei titoli e delle raccomandazioni. 

Ma respiro. Ora sono qui, ma è come se non ci fossi. Dondolo un piede giù dalla balaustra. Meraviglioso. Gli spazi che mi separano dal vuoto mi attraversano il cervello da parte a parte in un brillio di luminarie; scherzi da visione a base di caffè e luci al neon sparate negli occhi. 

Dunque è così questo fondo del barile. Ma il volo è sempre peggio della caduta. Cioè, non lo so, me lo ripeto in questo momento tanto per dirmi qualcosa. Avessi una bottiglia di liquore, una sigaretta tra le dita penso verrei compreso di più dal mio prossimo. 

Lo spiazzo dietro di me è affollato di macchine e ragazzi e ragazze che si raccontano la fine della giornata e un altro tramonto che ha dissanguato il sole. Oppure no. Stanno dicendo cose loro che io non riesco a immaginare perché sono qui, in preda alla sordità del mio spirito, piccolo lumicino affannato. E soffia, soffia su quel lume, soffia che ti passa uomo, specie di ombra, sogno di un'ombra. 

E dentro, nel profondo dico, l'abisso si allarga, e mi ingloba e divento io stesso questo abisso risucchia colori, tramonti, speranze, sangue, terra, odori, rumori, canzoni, parole. Ma ci vogliono tempo e abnegazione e tanti denti stretti per diventare una resistenza. E allora sei qui, come me, su questa balaustra a ricercare un significato – uno qualunque – tra le pieghe tranquille della brughiera e l'orizzonte netto e curvo che si staglia qualche chilometro più in là, oltre i pali del telefono, i tralicci e le puttane allo svincolo. 

Cammina cammina in questa immobilità. Cammina, trattieni il fiato, ma non tratterrai mai il reale, e la bellezza. A questo penso mentre la notte è ormai calata del tutto, e quell'alone di azzurro psichedelico che si spande da un punto a un altro punto non è che il detrito di un sogno. E sono solo sì, perché bisogna essere soli quando ti prendi a pugni. E se da un lato c'è la consolazione del finalmente è finita, dall'altro c'è la condanna che non è mai finito niente; e si ricomincia e si sale di nuovo sulla ruota solo in un posto un po' più scomodo.

 E intanto mi squilla il telefonino ed è Kelly che teme chissà che. Ma no, nessuna paura mia cara. Sono qui che respiro e basta. Lascio che lo pneuma vaghi libero e senza freni dentro di me. No, certo che non me la sono presa, ma dai, ma che cosa dici? Ma ti pare che uno come me... ma certo, adesso torno, ci vediamo, ma sì, che cosa vuoi che sia? Mi hanno ridotto ad essere il cartellino che timbro, i soldi che ho sul conto in banca, la benzina che posso permettermi di pisciare tutta in una volta nel serbatoio della mia macchina, ma non è niente in fondo. Sono come tutti gli altri no? E allora niente di cui preoccuparsi. Adesso torno mia cara. 

A cura di Ariberto Terragni

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