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15 maggio 2012

Da Mani pulite a Mani impunite - Salone del Libro di Torino 2012





Con un quarto d'ora di ritardo ed una frecciatina di Marco Travaglio. L'incontro sull'edizione aggiornata del libro sul processo Mani pulite dei tre moschettieri de “Il Fatto Quotidiano” inizia.



In un Auditorium Lingotto gremito, quasi pieno (eccetto le prime due file di poltrone riservate non si sa a chi), l'ex corrispondente dal Piemonte de “Il Giornale” di Montanelli prende la parola annunciando che “Il Corriere della Sera” aveva sconsigliato di partecipare a quell'incontro e congratulandosi con i presenti per non leggere il suddetto giornale o fare comunque il contrario di ciò che dice.


Il tema dell'incontro, più che il libro in sé, è il caso Mani Pulite e gli effetti di quel sistema di tangenti vent'anni dopo l'esplosione della bomba Tangentopoli. Il primo intervento è quello di Gianni Barbacetto, che parla prevalentemente degli effetti economici della corruzione, prendendo come esempio la sanità milanese.


Mentre il giornalista, che lascerà la conferenza in anticipo per motivi familiari, parla, Peter Gomez ascolta controllando il telefono e Marco Travaglio sembra prendere o sottolineare appunti assorto.

Dopodiché è il direttore della testata online de “Il Fatto Quotidiano” a prendere la parola, occupandosi principalmente del rapporto malato tra potere ed informazione e ricordando di quando anche a lui veniva chiesto di scrivere articoli piuttosto che altri.


L'intervento di Gomez, forse perché basato anche su vicende personali, sembra più accorato, più sentito, di quello di Barbacetto, comunque lucido ed incisivo. Lo scrittore newyorkese riesce, però, a strappare ben due applausi in un minuto, il primo parlando della necessità dell'inibizione dei condannati, ricordando il caso di Brancher, ex corruttore di ministri diventato ministro, esempio che gli porta il secondo applauso.

Dopo aver ascoltato ed annuito al discorso del collega, Marco Travaglio prende la parola e, se i due precedenti interventi non erano scevri di ironia e di partecipazione, il sarcasmo e l'ardore che hanno reso famoso il giornalista piemontese prorompono in sala.

Mentre alcune delle prime poltrone cominciano a riempirsi, Marco Travaglio inizia il suo intervento parlando dello scandalo sui petroli del 1974 (i partiti a votavano in Parlamento sgravi fiscali per  le lobby del petrolchimico che versavano parte dei guadagni agli stessi partiti) ed alla successiva legge sul finanziamento pubblico della politica, vero oggetto del suo discorso.



Tra battute pungenti, giochi di parole (“la previtizzazione dello Stato”, sic), Travaglio racconta dell'effetto dei tecnici nella politica, già chiari ai tempi del Governo Amato, raccontando una serie di fatti avvenuti almeno venti anni fa che pongono l'accento su come nel nostro Paese siamo soliti affidare la risoluzione del problema alle persone meno indicate, come quelli che li hanno creati (lo stesso Amato, membro del governo Craxi che aumentò il debito, Berlusconi, per risolvere il conflitto tra affari e politica venti anni fa ed i banchieri della crisi bancaria oggi), definendo queste persone un “Gattopardo”, che vuole cambiare perché tutto resti uguale, persone che si occupano, in quanto tecnici, solo di risolvere un problema senza badare alle conseguenze sociali: con una battuta, Travaglio dice che per loro è più facile tassare un pensionato che un evasore, perché quest'ultimo corre di più. E a chi critica la Merkel e chiede se gli manca “lui”, risponde che la Merkel sta facendo l'interesse del suo popolo e vorrebbe che anche in Italia i politici facessero lo stesso. Lui proprio non gli manca: forse manca a qualche collega che non ormai di meglio da scrivere che della televisione per cani.

Tra una parola e l'altra, non ne mancano alcune contro il T.A.V. che per alcuni è una nuova Grande Muraglia per imponenza, ma che per lo scrittore piemontese è solo l'unico tratto che sarà mai realizzato del cosiddetto Corriodio 5, Lisbona-Kiev, che è e resterà solo un tratto di pennarello su una mappa.

Il finale, brusco, dato il ritardo, ma sempre più accorato, è riservato alla proposta in dieci punti di una legge anticorruzione, legge che dovremmo ratificare anche in base agli accordi internazionali.

In tutto questo, il libro dei tre giornalisti è come un ospite di secondo piano, quasi mai direttamente menzionato. L'idea sembra essere quella di non parlare del testo, ma di dare qualche assaggio di ciò che il lettore vi può trovare al suo interno.

Dopo l'intervento, gli autori si fermano a firmare copie del libro per i lettori, ma, constatando che in realtà i presenti ne stanno approfittando per farsi firmare qualsiasi cosa, anche fogli di carta e copie de “Il Fatto Quotidiano”, quando è il mio turno chiedo a Travaglio se non ha paura, firmando a raffica, che qualcuno gli metta sotto il naso un foglietto con su scritto “Io amo Berlusconi” o qualcosa di simile, senza che se ne accorga. La sua risposta è stata: “Ma io amo Berlusconi: è un vecchietto e bisogna amare i vecchietti”. Set - Game - Match.

Ovviamente, vi farò sapere com'è il libro.

A cura di Diego Rosato

Suggerimento alla lettura:


Mani pulite - La vera storia 20 anni dopo di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio, Chiare lettere, 912 pagg, 19,60 euro

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