Menu

Reader's Bench Menù PressDisclaimerReaders on tourLibri e...MagazineServiziRecensioniClickContattiChi Siamo Homepage

2 aprile 2012

RILEGGENDO JOYCE



Sono tanti, e tutti di degni di nota i motivi di sorpresa che assalgono il lettore una volta ripreso in mano l'Ulisse di Joyce. Si ha in mano un capolavoro, un tentativo astratto, un microcosmo in forma personale e fantastica, ma soprattutto, credo, una passeggiata interiore come non ce ne sono state altre (solo certe pagine di Pessoa forse, ma è solo un'opinione personale). 

L'Ulisse è quella macchina trita linguaggio di cui parlava Carmelo Bene, ma è anche una macchina demolisci critica: è un po' difficile pensare ad un approccio critico giusto ed esauriente dell'opera Joyce; ci hanno provato, ma in nessun caso i risultati prodotti sono equilibrati e definitivi (sempre che in letteratura esista qualcosa di definitivo). 

La sorpresa per il lettore sta proprio in questo: si trova davanti ad un universo di segni che lo travolge e che va ben oltre qualsiasi arzigogolo razionalizzante o a qualsiasi bigino scolastico; il flusso di idee, immagini, costruzioni e demolizioni supera già in partenza ogni monumento al significato (grande chimera della critica del novecento). 

La passeggiata di Bloom si risolve in un avvitamento, in uno scacco esistenziale, e in una feroce rilettura parodica della saga omerica: il rischio, l'ignoto, l'avventura lasciano spazio a qualcosa che non ha più i tratti dell'epos originario, ma che presenta solo le vestigia di una sua rilettura simbolica. L'uomo della contemporaneità (di Joyce, ma anche nostra) è quello che è: un Ulisse disarcionato, che ha acclimatato le proprie tensioni e i propri parametri alla realtà sconsolata di un piccolo ridotto borghese, dove la peregrinazione non è più intorno all'orbe ma intorno alla città, al quartiere, alle figure della quotidianità. 

Quella di Joyce è un'Odissea della complessità: l'uomo non è più solo una componente, ma l'artefice di un mondo altro, interiore e quindi simbolico. Bloom nella sua ricerca tenta di attraversare indenne pericoli nuovi, che non riguardano più solo e soltanto la ricerca di una sopravvivenza fisica ma piuttosto il disegno di una nuova identità: da questo punto di vista l'Ulisse si inscrive a pieno titolo nel suo tempo, un tempo di grandi scrittori: Proust (grande epigono, antipode, altra faccia della medaglia di Joyce), Italo Svevo, Ezra Pound solo per dirne alcuni. Tutti ci dicono che il baricentro dell'uomo si è ormai sposato, che la frammentarietà del pensiero, la sua imprevedibilità, sono la vera frontiera di rinnovamento del nostro io. 

Con Joyce (e Proust e Bergson) l'io e il tempo si intrecciano: la dilatazione dello spazio diventa dilatazione del sé. Così poco importa se la narrazione occupa decenni (Proust) o l'arco di una sola giornata, ciò che assume rilievo è la densità di memoria e di pensiero che siamo in grado di accumulare, che il protagonista/io narrante dispiega di pari passo, o in aperta controtendenza, rispetto al tempo cronologico. 

La sensibilità smisurata di questi protagonisti fa da sismografo in relazione alla realtà. La banalità viene dissezionata e indagata fino a individuarne la centralità. Non si tratta di un'operazione di significazione, tutt'altro: è l'accettazione della vita come vibrazione, come movimento incalcolabile dove gli scenari di senso sono sempre provvisori. 

Per questi motivi l'Ulisse non può essere oggetto di critica in senso strutturale, ma può al massimo essere il punto di partenza per una meditazione. In fondo tutta l'opera può essere letta come un intrico di riflessioni, o per meglio dire di percezioni non mediate; come disse Carmelo Bene in una memorabile lettura, “nell'Ulisse il significato si arrende ai significanti.” Ovverosia la smania di etichettare tutto e tutti cede il passo alla ben più naturale e inevitabile assunzione della cosa in sé come unico orizzonte entro cui è lecito muoversi. La voglia tragica e disperata di Joyce sarebbe quella di inglobare il tutto, sperimentandolo come chiave d'accesso panica alla comprensione del mondo. 

E il suo tentativo resta tutt'ora intatto, insuperato. Come sostiene Franco Cordelli l'Ulisse è anche un luogo archeologico, un insieme di reperti e allo stesso tempo una realtà dinamica che non ha mai smesso di muoversi da quel 16 giugno 1904 di cui parla. La frattura temporale è ricomposta, il tempo si è chiuso in circolo: Joyce ha vinto e ha perso, noi siamo vincitori e falliti. E la letteratura ha segnato il suo ennesimo miracolo, rivelandosi come l'unico instrumentum capace di dialogare con Crònos, e di addomesticarlo. 

A cura di Ariberto Terragni


Il 5 gennaio scorso Newton Compton ha portato alle stampe una nuova edizione

0 commenti:

Posta un commento

Lascia un commento!