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23 aprile 2012

NEL LABIRINTO DI KAFKA



Kafka scrisse Il castello (Oscar Mondadori, 362 pagg, 9.00 euro) in una fase avanzata del suo percorso letterario, verso la fine, proprio nel periodo in cui sembrava potesse verificarsi un alleggerimento delle contorte tensioni che lo avevano accompagnato per tutta la vita. Come talvolta accade nelle grandi malattie – anche esistenziali e letterarie – il momento prima della stretta finale il cielo sembra schiarirsi, in un ultimo empito di normalità, quasi che i pezzi sparpagliati di un'esistenza intera trovassero, per un interminabile istante, la parvenza di un ordine. 


Sappiamo che non fu così. La tubercolosi che si portava dentro già da diversi anni lo distrusse in un drammatico crescendo finale. 

Il castello è al tempo stesso una riconferma e un presagio: la dolorosa riaffermazione dei principi esposti ne Il processo – impotenza del singolo, strapotere della burocrazia, assurdità delle regole sociali, autoreferenzialità del potere – e nel mentre il confuso e insensato esaurimento dell'esistenza. 

Anche qui abbiamo un personaggio privo di volto e identità, un K. che non è più nemmeno degno di un nome di battesimo, un agrimensore chiamato non si sa da chi in un villaggio dimenticato da Dio, dominato dalle oscure architetture del Castello. Qui K. disperde se stesso nei rivoli di una burocrazia inumana e spettrale, dove perderà tempo e salute mentale senza arrivare a capo di nulla, senza poter esercitare il proprio mestiere e senza avere modo di avere nemmeno una risposta. 


Nei romanzi di Kafka si parla sempre di una lotta strenua: quella del singolo contro il non senso del sistema, dell'Uomo contro i mostri della tecnica, perché la tecnica di cui parla Kafka è sganciata da qualsiasi prospettiva umana. Una Tecnica che si propone come obiettivo l'efficienza in sé e per sé, ma senza alcuna finalità; una tecnica che è in realtà pervertimento estremo della tecnica, che da strumento a vantaggio dell'uomo diventa un ente assoluto, che non necessità più delle coordinate umane per rivestirsi di senso. 

Per la critica più acuta la parabola letteraria di Kafka rappresenta il presagio metaforico del mostro che di lì a poco devasterà il mondo: il Nazismo. Pensiamoci: non siamo lontani da una verità tanto enorme quanto inconfessabile. Che cos'è stato il Nazismo se non una perfezione tecnica sganciata da qualsiasi prospettiva umana? La perfezione del gesto al di fuori della finalità? Anche uno sterminio può diventare un esempio di efficienza in sé e per sé se collocato al di fuori della moralità, che è il distinguo fondamentale tra uomo e bestia. Se ci dimentichiamo che l'Uomo è il centro di tutto, allora tutto può accadere, ogni barbarie inverarsi.

Gli uomini senza nome di Kafka sono le identità negate da un titano privo di senso dell'umano; sono le vittime sacrificali, che cercano di capire, provano a trattare, tentano con ogni mezzo di penetrare la muraglia che si trovano di fronte. Ma invano. Il loro destino è la morte nell'indifferenza. Indifferenza del Sistema, ma anche dei loro simili, che hanno smesso di farsi domande e accettano il non senso di un'Entità più grande di loro come unico orizzonte esistenziale: in pratica hanno smesso di cercare un significato: si sono scordati di essere uomini. 


Il castello è la rappresentazione allegorica di una prigione troppo grande per essere abbattuta, dalla quale è perfettamente inutile evadere: il Castello costruisce la prigione dentro le sue stesse vittime, in modo che non possano più uscirne. E' il labirinto di Kafka: un labirinto lineare, come mi viene da chiamarlo, dove tutto funziona come un meccanismo, tutto procede, tutto si incastra, eppure niente va come dovrebbe. Chi c'é nel castello? Dio? Un grande come Pietro Citati ha ipotizzato che potrebbe anche essere. Ma Dio abbaglia troppo, la sue luce dev'essere velata, la sua parola smorzata. I grovigli di mediatori, mezzane e ruffiani sono necessari per veicolare la nostra comunicazione con Lui. E' una spiegazione suggestiva quella di Citati.

Ma il Castello è anche l'annullamento del tempo: non c'è un prima, e il dopo è molto incerto; il presente un andirivieni snervante e inutile. L'universo di Kafka è politeista, qui più che nel Processo, dove la sacralità era mischiata ai soldi e alle banche: l'Assoluto con cui K. si scontra è cieco e neutro, come una formula pura, un postulato, un dogma. 

E il Castello, come si diceva all'inizio, incarna anche il senso precario di un uomo – K., Joseph K. e Kafka stesso – che per tutta la vita ha avuto bisogno di scenari di senso in cui muoversi: scenari giocoforza provvisori, qualche volta illusori; le pezze d'appoggio su cui ognuno di noi cammina, come un piccola variabile contenta di diventare un numero nella speranza, illusoria ovviamente, che il numero nello scartafaccio serva a mettere ordine, e a combattere il caso primitivo da cui proveniamo. 

A cura di Ariberto Terragni, sfogliate il suo Quaderno Sepolto

Le immagini si riferiscono a Il «Castello» allestito da Giorgio Barberio Corsetti, al Teatro India di Roma


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