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16 marzo 2012

Frankenstein: Uno di Noi


Un uomo che ha già ha perso la madre vive con estrema angoscia e preoccupazione il presente e per scongiurare che gli altri suoi cari facciano una fine simile, dedica i migliori anni della sua vita alla ricerca di una soluzione.


La trova nell’idea di restituire vita ai corpi morti e per far questo utilizzerà pezzi umani di seconda mano che scoverà nei suoi vagabondaggi notturni nei cimiteri. Il suo progetto si concluderà con la creazione di un abominio, un essere umano dall’aspetto deforme e dalla forza sovrumana, che ben presto si ribellerà al suo creatore.

Esattamente come il Titano Prometeo, anche la Creatura, si rivelerà contrario a un destino già scritto.

Frankenstein racchiude in sé tutti i capisaldi della letteratura: dal tema del doppio, a quello del diverso, dall’epistolario ad un libro capace di mischiare tra loro tanti altri generi. Scritto a sua volta da una donna non comune che, ad una più attenta analisi, condivide diversi aspetti con i personaggi della storia.

Finalmente riabilitata, dopo decenni di ostracismo che la volevano semplice curatrice della opere del mariro Percy; Mary Shelley ci appare nella sua grandiosità di scrittrice e di donna straordinariamente moderna.

In un opera che ha fatto la storia dela letteratura, per di più scritta in pochissimo tempo, in un paese straniero, in fuga dai pregiuizi del mondo e poco dopo la perdita del suo primo figlio. La perdita: ecco che cosa condividono la scrittrice e il suo personaggio ma a differenza del Dottor Frankenstein, la Shelley, non riuscì a trovare alcuna soluzione alla morte delle persone che più amava al mondo. 



Così, come foglie al vento, vide staccarsi dall’albero della vita, uno ad uno, i suoi figli e per ultimo il marito, per i quali era andata contro le covenzioni dell’epoca ed era stata costretta ad abbandonare il suo paese.

Mary però contiene in sé anche alcuni elementi della Creatura perché anche lei riuscì ribellarsi ad un destino già scritto e, come il mostro, tentò di vivere la propria vita e soprattuto il suo amore.

Qual è infatti il rimpianto più grande del Dottor Frankenstein? Quello di non essere stato in grado do amare Elizabeth, di aver sprecato tutto quel tempo che invece poteva utilizzare condividendo ogni attimo della sua vita con la ragazza e la Creatura è sempre lì, lo segue ad ogni passo, per ricordargli di trovare il coraggio di amare.

Il mostro che non avrebbe mai ottenuto ciò che più desiderava al mondo e che, nonostante i suoi sforzi, suscitava solo odio e disprezzo negli occhi degli uomini.

Frankenstein allora non è semplicemente un libro sul tema del diverso, è il romanzo sulla parte oscura di noi stessi. Il lato che non ci permette di gioire di quello che abbiamo, che ci spinge a rivolgerci altrove, quando invece ciò di cui abbiamo più bisogno è proprio lì, davanti ai nostri occhi. La Creatura diventa il simbolo di tutte le volte che siamo diventati il peggior nemico di noi stessi.

Un libro sul coraggio di vivere la propria vita e sull’amore. Qualcuno di voi strabuzzerà gli occhi ma non c’è nient'altro che una profonda riflessione sul sentimento più profondo che lega gli esseri umani tra le pagine della Shelley.

E allora tanto vale non parlare nemmeno più di semplice romanzo gotico o horror perché non ci starebbe male nemmeno la definizione di fantascientifico.

Frankenstein del resto non altro che la personificazione della tecnologia e dell’avanzamento che spesso terrorizza l’uomo più del diverso e del deforme. Superstizione e scienza che da sempre animano i dibattiti tra gli uomini ma anche citazioni letterarie che, da Dante ad Ariosto, accompagnano la narrazione.

Il libro allora si espande raggiungendo significati impensabili ed interpretazioni anche lontanissime da quelle a cui ci hanno abituati.

Così Frankenstein diventa, tra Dracula e Pennywise, quello meno diabolico. Il male che compie serve da monito al suo creatore che per troppo tempo si è dimenticato quali fossero le cose più importanti della vita.

Il Dottor Frankenstein fugge da questa parte di sé, indica nella Creatura il demone, invece che ammetterne l’esistenza ed accettarlo come coscienza. Muore il creatore e l’ignobile mostro è sempre lì, curvo sul corpo di chi gli ha dato la vita, consapevole che né per lui, né per il dottore ci sarà un’altra possibilità.


A cura di Clara Raimondi



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