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24 gennaio 2012

Recensione | NEUROMANTE (William Gibson)

Neuromante di William Gibson è considerato il capostipite di quel sottogenere fantascientifico chiamato cyberpunk, un involucro tutto fluorescenze e visioni virtuali che cela in sé una articolata e vorticosa filosofia distopica. 

Siamo in presenza di un condensato letterario assai denso, di difficile fruizione, non sempre accessibile. 

La storia, scarnificata all'osso, non basta a rendere appieno la complessità logico strutturale del libro: in un futuro non meglio precisato, dominato da una tecnologia oscura e minacciosa, Case, cowboy informatico con la mente devastata dalle droghe sintetiche accetta di portare a termine una difficile missione. Esito in bilico. 

Al suo fianco, una guerriera postmoderna di nome Molly, un corpo prestato agli innesti cibernetici che non può più dirsi solo umano: occhi, organi interni, artigli sottocutanei sono solo alcuni degli elementi che compongono la geografia fisica – completamente stravolta e abbagliante – di questo romanzo. L'uomo non è più solo uomo: i pirati informatici come Case collegano direttamente la propria mente al mondo virtuale delle macchine, allo scopo di rubare e vendere informazioni, con il rischio di essere risucchiati da questa realtà parallela, e di non riuscire più ad uscirne. 
 
Neuromante è una narrazione cupa e inquietante, tesa e introspettiva. Nel mondo precario e violento creato da Gibson le emozioni sono ingigantite o annullate, infiammate dalla deriva delle droghe o al contrario compresse negli innesti bionici con cui l'uomo si è ormai abituato a convivere. 

Gibson è un maestro della descrizione: gli scenari che dipinge sono cupi, lirici, animati da una visionarietà tanto potente quanto probabile; il problema è che molti nodi della storia non vengono chiariti, e il lettore è lasciato in balia di se stesso, delle visioni accavallate dei protagonisti, della realtà che si fa sogno, chiaroveggenza, puro e semplice delirio. 

Il continuo ricorso a neologismi e tecnicismi inventati non aiuta: matrice, deck, ICE, costrutto, flatline, sono solo alcune delle parole ricorrenti in cui il lettore incappa senza mai riuscire a capire esattamente di che cosa si tratti. 
 
Prendere o lasciare: Gibson è soprattutto questa assenza di oggettività, inondata da abbondanti e per certi versi indimenticabili flussi di autentica passione descrittiva: vivida e penetrante capacità di rendere con le sole parole la fluida immobilità di un universo.

Solo ora, scrivendone, mi accorgo di quanto in realtà sia difficile parlare di Neuromante. Non è un romanzo come tutti gli altri, questa è la prima certezza. La seconda è che è impossibile trovarvi risposte definitive. Non è spiegato quasi niente, le fotografie che l'autore scatta sono come scollegate le une dalle altre, in un gigantesco mosaico dove le tessere sono tutte sparpagliate, fuori fuoco, impossibili da far combaciare. 
 
Forse è per questa ragione che Gibson ha avuto un buon successo, ma non un successo planetario: è un autore difficile, che non accarezza il lettore, che in qualche caso al lettore è del tutto disinteressato. Ma le sue pagine, i suoi squarci di reale sotto la superficie fantascientifica sono intuizioni di genio, molto più di tante svenevoli banalità diventate best seller. 
 
Ci sono autori che spiegano ogni dettaglio per filo e per segno, altri che sottraggono, scavano nelle immagini, dipingono con forsennata e ossessiva icasticità le ombre che incombono sulla nostra civiltà, su di noi. 
 
Non è un trattato scientifico: non si rintracciano tendenze per il futuro, non ci sono risposte sui nostri dubbi tecnologici, ma la grandezza di Neuromante non va ricercata in questo: insieme a scorci suggestivi e pirotecnici si trovano anche strambi anacronismi (in un futuro ipertecnologico le registrazioni vengono fatte ancora su nastro) rispetto ai quali il nostro presente è già abbondantemente avanti, e il futuro ipotizzato da Gibson nel 1984 è già superato. Ma, come dire, non è questo il punto.
 
In ogni pagina di Neuromante si respirano angoscia e paradosso, potrei provare a sintetizzare così la sostanza del romanzo, ma si rischia di non dire niente. Mi viene da dire quasi che nemmeno basta leggerlo: è un libro che va vissuto, guardato, interpretato. 

Serve capacità di immaginazione, bisogna essere dei bravi ingegneri emotivi per poterlo reggere, tenendo sempre presente che la realtà ultima della narrazione, il meccanismo fondamentale del libro, non è dato una volta per tutte: c'è libertà interpretativa, una libertà che per esprimersi fino in fondo ha bisogno di un'adeguata flessibilità mentale. 

A cura di Ariberto, date un'occhiata al suo Quaderno Sepolto

"Neuromante" di William Gibson, Nord,  256 pagg, 12.00 euro
Voto 9/10




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