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30 gennaio 2012

IL PAPA' DI DYLAN DOG



Il percorso artistico di Tiziano Sclavi è una specie di mappa del tesoro, di labirinto, di sciarada. Non c'è niente di immediato e di facile, la sua carriera (così come la sua vita, ecco il classico esempio in cui è difficile trovare confini) è fluttuante, carsica, del tutto fuori dagli schemi del normale cursus honorum di un normale letterato italiano.

La ragione forse è semplice. Nessuno come Sclavi ha saputo evitare le trappole della così detta normalità, e anzi ha abbracciato il suo opposto: l'assurdo, l'incongruo, l'enigmatico. Evito volutamente un vocabolo abusato come mistero, ma qui, almeno per una volta, sarebbe forse la parola più indicata.  

 
Sclavi è lombardo di Broni, nel Pavese. Zona di nebbie e penombre, a pochi chilometri da Milano ma al tempo stesso fuori dal mondo: ci saranno le debite conseguenze nella sua opera, sempre in bilico tra l'immaginario onirico e la difficoltà di rapportarsi al dominio del reale. 
 
Il giovane Tiziano vive di molti influssi, non solo mutuati dai fumetti, ma anche dal clima culturale dei Settanta, impegnato e al tempo stesso libero: il laboratorio creativo del futuro padre di Dylan Dog si svolge in questi anni, quelli che potremmo definire della gavetta, dei primi approcci sui giornali per ragazzi, delle prime idee horrorifiche, ma non solo: è il momento in cui l'artista predispone la sua cassetta degli attrezzi, i suoi trucchi del mestiere. 

 
Una vocazione che si dispiega con un linguaggio autonomo, difficilmente rintracciabile in padri e antenati e che non ha lasciato eredi, semmai qualche sciagurato emulo. 
 
La poetica di Sclavi non credo affondi nell'horror propriamente detto. O meglio, trae la sua origine non solo dall'horror, ma dalle pieghe del suo universo narrativo dove si cela qualcosa di più profondo e sfuggente, qualcosa che assomiglia tanto all'inquietudine, al male di vivere, una nemesi che trova requie, o forse solo un illusorio palliativo, nell'accesso a un mondo altro, ad una dimensione che possiamo chiamare metafisica senza paura di disturbare nessuno. 
 
Dylan Dog è il prodotto più evidente e riuscito di questa preziosa alchimia: è il campione d'incassi, è l'incarnazione di una vocazione, un po' come Maigret lo fu per Simenon. Ma non è l'unica chiave interpretativa per capire Sclavi, autore di almeno due romanzi importanti, i misconosciuti e introvabili Non è successo niente e Le etichette delle camicie. 
 
Nel successo travolgente dell'indagatore di Craven Road il talento di Sclavi ha rischiato, per paradosso, di stemperarsi, di rimanere confinato al fumetto (che comunque, al netto di ogni snobismo, è già un gran bel confine in cui muoversi), che da sempre, nello stantio immaginario italiano, ricopre il ruolo ingrato di figlio della serva. In altre parole potremmo quasi dire che l'italianissimo Sclavi di italiano ha poco o nulla. 


Non ha cercato di arricchirsi, non si è messo a fare l'opinionista in televisione, non partecipa alle cerimonie del bel mondo, quando ha ritenuto di non avere più niente da dire si è ritirato, ha passato la palla e il testimone. E senza troppi rimpianti. 
 
Le interviste che ha rilasciato in quarant'anni di attività si contano sulle dita della mano. Di lui si sa poco o nulla, e quel poco è talmente undestatement da risultare invendibile per i rotocalchi e poco interessante per le chiacchiere. E' un personaggio suo malgrado, potremmo dire. E in una società letteraria in cui basta davvero poco per atteggiarsi a santoni, a profeti di chissà che, Sclavi ha scelto una strada tutta sua. 
 
Una felicissima anomalia, ma anche un esempio di vero professionismo, in un campo, quello dell'arte popolare, in cui spesso si equivoca, e dove con i dovuti malintesi anche la più bieca approssimazione può trionfare.
 
Sclavi non appartiene a questa categoria. Lui si definisce un artigiano, ma sappiamo che le cose non stanno proprio così: la realtà, ancora una volta, si fonde con i sogni, con le immagini, e diventa un labirinto, dove niente è come sembra, e dove niente è dato una volta per tutte. 

Il sottofondo delle storie di Sclavi risente di questa tensione, che poi è pura angoscia psichica, tentativo estremo di ricollocare i pezzi di un mondo, quello interiore, andato in frantumi.

A cura di Ariberto, sfogliate il suo Quaderno Sepolto




1 commenti:

Claretta ha detto...

Ho tantissimi ricordi legati a Dylan Dog, mi ricordo quando li rubavo alla mia zietta, di 10 anni più grande di me. Mi divertivo a sfogliarlo, mi affscinavano le storie e soprattutto lui e il suo modo di fare con le donne. Fantastico!

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