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17 gennaio 2012

CARLO FRUTTERO, LO SCRITTORE


Ci ha lasciato anche Carlo Fruttero, scrittore, traduttore, insieme artigiano ed artista della penna, osservatore del reale e grande architetto di storie. Ci lascia dieci anni dopo la tragica dipartita del suo amico e sodale, Franco Lucentini, che scelse il suicidio in una triste estate torinese. 
Fruttero ha continuato da solo in questo decennio, firmando almeno un libro degno di memoria, Donne informate sui fatti, ma, possiamo dirlo senza timore di suonare irriguardosi, non era più la stessa cosa.

Mancava quella “&”, quel marchio di fabbrica che aveva reso celebre il duo artistico e lo aveva proiettato in quel posto speciale della memoria che si riserva ai vecchi amici, alle persone perbene.
 
La scrittura ce l'aveva nel sangue. Aveva continuato a intagliare storie e personaggi, senza perdere il contatto con la realtà, ma anche senza cedere alle pressioni di un certo realismo – inteso come l'ideologizzazione del reale – che aveva permeato la società letteraria negli anni più fecondi della coppia, i Settanta. 
 
Una lunga corsa letteraria quella dello scrittore torinese. Dagli esordi come direttore di una collana di fantascienza, la mitica Urania della Mondadori, fino al genere che ha regalato a F&L il successo: quel giallo poliziesco di cui romanzi come La donna della domenica e A che punto è la notte sarebbero diventati due capisaldi.
 
Non è mai un'impresa facile riuscire ad imporsi attraverso un genere: specie anni addietro il fatto di non dedicarsi dichiaratamente ad una letteratura engagé poteva costare accuse spiacevoli, come il qualunquismo o la ricerca di una facile commercialità. Niente di più sbagliato, naturalmente. Ma erano anni così, e se la coppia di scrittori ha avuto un merito da ricordare, questo è stato proprio l'aver voluto e saputo seguire la propria strada, senza rinunciare allo stile personale. 
 
I risultati parlano da soli: La donna della domenica pare un romanzo di oggi, e anche dei più acuti. Segno di come la visione obliqua, insieme popolare e aristocratica della loro scrittura avesse saputo catturare le pieghe dell'umanità molto più di tanti brutti libri rubricati, magari grazie alla critica conformista, sotto la voce “alta letteratura”. 
 
Con Fruttero se ne va anche l'ultima pietra di un mondo ormai perduto, un mondo letterario ormai dissolto, dove i successi non erano programmati a tavolino, e dove il successo, semmai, era il risultato del coraggio delle case editrici e della ricerca sperimentale degli autori. 

Fruttero, con infinita modestia, si definiva un artigiano di storie, ma sappiamo tutto che non è vero. Era un artista che si occupava della vita comune, dei piccoli e grandi fatti personali che a volte si imbattono nell'incongruo e nell'assurdo. Il suo era un poliziesco metropolitano, ma fuori da ogni categoria. C'era acume, ma anche umanità nei suoi ritratti cittadini, e in questo senso Fruttero, torinese fino al midollo, è stato anche molto italiano. 
 
Credo che la sua lezione umana e artistica resti soprattutto in questo sconfinato amore per il proprio mestiere: un lavoro di pazienza, spesso difficile, qualche volta ripagato con monete false, ma da vivere come una missione, e, perché no?, con il disincanto dell'ironia. 
 
E il bello è che questo patrimonio è a disposizione di tutti, dei giovani come dei meno giovani: le sue storie sono lì, per noi. Da scoprire, o da rileggere. E' la magia della letteratura e insieme il suo senso profondo: quello di tramandare storie, e con esse una parte di noi. 
 
E nessuno meglio di Carlo Fruttero sapeva che le storie, anche quelle più belle, prima o poi devono finire. 

A cura di Ariberto. Continuate a seguirlo anche sul suo Quaderno Sepolto. 

Per approfondire:


"Donne informate sui fatti" di Carlo Fruttero, Mondadori, 196 pagg, 16.50 euro 

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