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5 dicembre 2011

Recensione | TUTTI AL MARE (Michele Serra)


Primo agosto 1985, a bordo di una Panda il giornalista Michele Serra parte da Ventimiglia diretto, via costa, a Trieste. In capo a un mese percorre tutto il litorale italiano, di spiaggia in spiaggia, di città in città. Volti, nomi, personaggi, aneddoti piccoli e grandi. 

Ogni sera si ferma, detta via telefono il pezzo per il suo giornale, dorme e riparte. La scrittura in senso stretto è quella tipica di Serra: spesso efficace e divertente, talvolta manierata e quasi intollerabile, in bilico tra la concisione giornalistica e un di troppo che chiameremo ambizione letteraria. 

Il risultato di questo lungo peregrinare è un diario, ma anche una personale campionatura del presente, un quaderno di schizzi dove l'osservatore annota e descrive, prima di tutto a se stesso, le piccole e grandi vicende di una grossa, e per nulla remota, porzione d'Italia. 

E' un canto sconsolato quello di Serra: dietro la maschera dell'ironia, e spesso dell'autoironia, si cela in realtà l'indignazione; mentre la Panda mangia chilometri si srotola, sotto agli occhi del giornalista, la cronaca di un paese sofferente, approssimativo, ingordo, irrimediabilmente avido, spesso disonesto, dove di tanto in tanto la poca luce che splende è dovuta alla buona volontà di qualche singolo e mai o quasi mai ad un progetto organizzato o programmato da tempo. 

Le grandi meraviglie del nostro paese ci sono: nonostante gli italiani. 

Già, gli italiani. Chi sono? Difficile da dire. Verrebbe da dire che da nord a sud sono più o meno uguali, con le stesse fisse e le stesse irredimibili volgarità.

Poi ci si accorge che forse le cose non stanno proprio così, e di paese in paese le specificità emergono anche a livello di sconcezza e lassismo, di personalismo e scarso o inesistente senso dello Stato. Il cronista guarda, si mischia alla folla, fa domande, si interroga.

Il limite del libro (ma forse è anche buona parte del suo pregio) è quello di lasciarci delle bozze su cui riflettere, senza la pretesa di andare a fondo in analisi che coinvolgerebbero di volta in volta la sociologia e l'urbanistica, la giurisprudenza e la psicologia. Sono tante le materie che servirebbero per sbrogliare quella intricata e contraddittoria matassa chiamata Italia. 

Sono passati ventisei anni da quell'esperienza. Non sono pochi: è più di un quarto di secolo. Che cosa è cambiato da allora? Poco o nulla, verrebbe da rispondere. Anzi, forse il peggio è peggiorato, e le riserve di ossigeno sono state intaccate. Eppure il paese sta bene o male a galla. Tra scandali e lassismo, politica inefficiente e dosi da cavallo di ipocrisia, ma resiste, qualcosa in questo paese resiste, e dev'essere un qualcosa molto potente per far sì che tutta la baracca non tracolli. Genialità di una tenace minoranza? Spirito di solidarietà di un'altrettanto sparuta nicchia? Oggi come ieri non ci sono risposte definitive. 

O meglio, forse un piccolo punto in comune c'è: una forma di affetto, di amore per il proprio paese, un sentimento che non ha nulla a che vedere con l'orrore del nazionalismo e men che meno con la melassa dell'autoassoluzione; un affetto gratuito e disinteressato, che si dà pretendendo in fondo molto poco in cambio: un'ipotesi di convivenza civile, soluzioni condivise. Gioco di squadra, in altri termini. Forse il pregio principale di Tutti al mare è l'infonderci questa speranza, al fondo di molti dubbi e di molti deplorevoli dati di fatto.

A cura di Ariberto, visitate il suo Quaderno sepolto

"Tutti al mare", di Michele Serra, Feltrinelli, 126 pagg., euro 6.50.

Voto: 7.5/10



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