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13 dicembre 2011

Dove tutto è iniziato. Nascita di un lettore


La copertina già dice molto di questo libro; è ingiallita, rattrappita, con le pagine croccanti come un fiocco d'avena e la rilegatura sfilacciata come le frange di un tappeto logoro. E' un romanzo di Ignazio Silone: Vino e pane. 


Usciamo anche dall'equivoco: non è il primo libro che ho letto in assoluto, ma il primo che ho preso in mano alla luce di una coscienza di me stesso e del mondo che  prima non avevo. Ero quattordicenne. Mi trovavo male a scuola, era un periodo di cambiamenti e di frustrazioni, di cibo ingollato di malavoglia e di giornate interminabili immerse nell'angoscia e nella noia, due sensazioni solo in apparenza inconciliabili che in realtà hanno una parentela molto stretta. 

Non c'erano molti libri in casa a quei tempi, come lettore nascevo allora, anzi, non ero ancora nato. I miei gusti letterari fino a quel momento si erano formati nel solco della normalità scolastica. Jules Verne, i libri del Battello a Vapore, e i Gialli Junior Mondadori come massima trasgressione. 

La svolta, appunto, a 14 anni. Se devo pensare ad un momento di nascita, penso a quel periodo. 

Penso ad una scuola fredda, buia, con le macchie di umidità che si inerpicavano sulle pareti scrostate come un rampicante malato; i professori che spiegavano cose di cui non mi importava nulla, e di cui, scommetto, non importava nulla nemmeno a loro. Calcola il tempo che la biglia impiega per compiere il percorso. Fai la prova empirica, confronta i dati. Buttavo giù numeri a caso. Se penso che riuscivo a raggiungere la sufficienza, oggi, mi pare un miracolo. O un gigantesco incubo che si sarebbe protratto ancora per anni. Ma non divaghiamo.

A casa di mia nonna c'era, e c'è, una specie di ripostiglio, una ex camera da letto ora stipata di cianfrusaglie dove dormivano i fratelli di mia madre prima di sposarsi. C'erano ancora i loro libri nel vecchio scaffale rinforzato da mio nonno con quattro assi di compensato inchiodate agli angoli. 

Pirandello, Pavese. E Silone. L'opera omnia. Piaceva a mia zia, scoprii in seguito. 

In estrema sintesi, è più o meno così che sono venuto in contatto per la prima volta con la letteratura. Da lì alla poesia, fino ai grandi classici il passo è stato non dico breve, ma naturale, come la conseguenza di un effetto domino per una volta non catastrofico, ma necessario, e salutare. 

Viaggiavo con i libri di Silone nella tasca della giacca, li leggevo in ogni momento libero, capendoci poco o nulla, perché sono storie dense di rimandi politici e sociali di cui all'epoca non avevo che una flebile idea. Guerra, fascismo, comunismo, povertà del sud d'Italia, ma anche sete di riscatto, dignità, ricerca di sé. 

Se per ovvie ragioni mi sfuggivano le tematiche maggiormente incentrate sulla Storia, già allora riuscivo a intuire, non so a quale livello, la sottotraccia dell'opera di Silone. Riscatto, dignità, ricerca di sé. Erano sentimenti che sentivo affini ai miei, e capii, con una folgorazione, che il senso vero della letteratura è questo in fondo. Che la sua motivazione intrinseca, quella che nessuna operazione critica o filologica potrà mai analizzare nemmeno in parte, è la sua capacità di liberarci, di farci capire che non siamo soli. Di darci forza insomma, e una direzione in cui muoverci. 

Riscatto, dignità, ricerca di sé. Dio solo sa se ne avevo bisogno.
O almeno io l'ho vissuta così. 

A scuola non ho mai imparato niente. Perdevo metà abbondante della mia giornata in queste classi fredde e umide, con addosso panciere di lana e doppie canottiere, sempre malaticcio, sempre più arrabbiato. Lezioni insensate, professori di cui avevo paura, che al tempo stesso detestavo, entusiasmo dell'infanzia che andava sbiadendosi di fronte a quelle che non erano “le normali difficoltà della vita dove nessuno ti regala niente” ma un più banale e subdolo stillicidio quotidiano, fatto di piccoli ricatti, di litigi, di rospi ingoiati, di umiliazioni che per gli altri non erano niente e per me erano tutto. 

Si faceva di tutto, tranne che imparare. Cultura non pervenuta, sparita, nessuna traccia. Io non ricordo un giorno che uno speso bene. Non ricordo un adulto che si sia messo di fianco a me e mi abbia spiegato qualcosa. 

Meno male che c'erano i libri. 

Sbrigati quei quattro pastrocchi di compiti a casa, cominciavo ad aprirli, a leggerli, a tentare di capirli; mi segnavo i passi che mi colpivano su un quaderno a righe, aggiungendo di tanto in tanto le prime impressioni che quelle letture mi trasmettevano. 

Ora, nell'atto stesso di scrivere queste cose dopo tanti anni, mi accorgo che è cominciato tutti lì. Non mi sarei mai messo a studiare il latino e il greco se non avessi letto Silone e Pirandello. E' un collegamento che può suonare un po' forzato, ma nemmeno poi tanto. 

Le sfere di metallo scorrevano nel loro binario, mentre io impugnavo il cronometro, fingevo di appuntare i dati di quelle rilevazioni idiote, e pensavo a come sarei stato bene nel tardo pomeriggio, affondato nella lettura de Il segreto di Luca o di Fontamara, o dei primi poeti che andavo raggranellando alla biblioteca comunale, finché, stanco dell'andirivieni, non diedi scandalo per la prima volta nella mia esistenza chiedendo per il compleanno le poesie di Pavese. 

Il danno era ormai fatto. Ero un lettore. Con buona pace delle biglie di acciaio. 

A cura di Ariberto, seguite il suo Quaderno sepolto.



"Vino e pane" di Ignazio Silone, Mondadori, 347 pagg, 9.00 euro



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