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29 novembre 2011

SCRIVERE DI LIBRI



Perché scrivere di libri? Comincio nel peggiore dei modi, con una domanda retorica. Non “scrivere libri” ma “di libri”. Non credo esista una risposta definitiva. 

Forse perché scrivere piace, e in mancanza di meglio, è più salutare buttare giù qualche riga su un compagno di viaggio più affidabile di tanti falsi amici e di tante brutture quotidiane. Si parla di libri, si discute, ci si accapiglia. Ma se ne scrive anche, come se la scrittura in fondo fosse lo sbocco ideale di quel flusso insieme intellettuale e fisico che una lettura lascia dietro di sé: un misto inestricabile di gioia e pathos, oppure di delusione e rabbia o anche, capita spesso, di indifferenza, forse la sconfitta maggiore per un autore. Ma andiamo con ordine. Anzi no, è impossibile farlo.
 

Non siamo in presenza di un approccio critico strutturalista formalista, no, niente di tutto questo; scriviamo di libri, che è una cosa diversa, insieme più alla mano e più vissuta, una cosa che non è solo una passione ma che sarebbe riduttivo definire mestiere. Ne scriviamo perché ci siamo intrappolati in questo rock 'n' roll, come diceva Joe Jackson, viviamo nel marasma delle lettere che in quanto disordine è la migliore approssimazione possibile all'ordine che la vita non dà. Capito qualcosa? Spero di sì. 

Perché il punto è anche questo: capirci qualcosa. Dei libri, ma anche di noi stessi. Perché le letture non vengono mai per caso, ma in qualche modo ci attendono, sono lì da sempre, come le pietre colorate che segnano i sentieri attrezzati: sono i granelli di sale che seguiamo per tornare a casa, dentro di noi. Leggi una cosa e scopri che ti appartiene, ne leggi un'altra e senti un invincibile senso di repulsione: ti stai definendo, in positivo e in negativo: stai costruendo il tuo bagaglio di idee, stai dando un nome alle sensazioni che ti assalgono ad ogni minuto del giorno e della notte. E in questo modo cresci, e sei tu a scrivere la tua storia: elaborerai i pensieri di uno scrittore e li farai tuoi, entreranno a far parte della tua vita e non ti lasceranno più. 

E allora forse si scrive perché tutto ciò che si è letto resti lì, impigliato nelle maglie delle nostre reti, perché qualcosa rimanga con noi, e ci faccia compagnia anche dopo, quando non avremo un bel libro tra le mani o quando saremo soli, quando non avremo voglia di vedere nessuno o quando un nuovo assalto emotivo pretenderà un'invenzione linguistica che non speravamo di poter avere. 

Ci sono dei processi che sono sedimentazioni. Le letture sono grossi residui minerali che si incrostano sulla nostra vita, e la rendono quella che è: sensibile al calore e alla pioggia, rilucente alla luce del sole e più cupa di un buco nero quando calano le tenebre; scriviamo per tenere a bada tutto questo. Per non esserne sopraffatti, per ribaltare il gioco a nostro vantaggio. 

Certo potrebbe essere anche un grosso abbaglio. In fondo si illude chi cerca di dominare le cose. La scrittura, piccola o grande che sia, porta sempre ad un fallimento. Certo ci sono insuccessi e insuccessi: quelli che ci fanno sprofondare e quelli che ci fanno avanzare anche solo di un millimetro. Dove incontreremo noi stessi però, se al traguardo di una lunga corsa o in fondo ad una spelonca, è ancora un mistero. 

A cura di Ariberto

Seguite Ariberto anche sul sul bog Il quaderno sepolto

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