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24 ottobre 2011

PAGINE GIALLE


Il giallo non è solo un colore caldo, ma anche un genere, forse il genere per antonomasia della letteratura. E’ il microcosmo narrativo in cui si sono incarnate le paure di generazioni e in cui si sono riversate le paure di molti scrittori, registi, sceneggiatori.

Perché è così: il giallo è una dimensione esistenziale prima che un filone narrativo; nelle pagine di un intrigo si celano detti e contraddetti, trasfigurazioni più o meno probabili di una vocazione – per l’intrigo,  per l’intelligenza applicata al crimine – che nella vita reale difficilmente potrebbero trovare sbocco. 

Forse è per questa ragione, per questo miscuglio insondabile di probabile e improbabile, che il giallo si è sempre prestato ad una diffusa e perlopiù riuscita contaminazione di genere: dalla sfumatura più romantica a quella più dura e poliziesca (basti pensare a come hanno declinato il genere autori come Hammet e Chandler), fino a passare a latitudini maggiormente horrorifiche, diluite in fiumi di sangue e violenza esplicita. 

La forchetta, come si usa dire da un po’ di tempo in qua, è piuttosto ampia. Abbraccia un arco che va dai superclassici alla Conan Doyle e alla Agatha Christie fino alle più disperate e discusse saghe in stile Stieg Larsson e James Ellroy. 

Come al solito, almeno per quanto mi riguarda, la questione del genere rappresenta un grosso scoglio. Definire, limitare, etichettare diventa un problema di centimetri in una materia che spesso mal si presta e mal sopporta le misurazioni metriche e univoche. 

Un dato però va tenuto in considerazione, per quanto prosaico possa sembrare: il giallo piace, e vende. Anche nei periodi di crisi del settore, anche nei momenti di maggiore incertezza del mercato editoriale, il giallo ha rappresentato e rappresenta un punto cardine.

I motivi sono diversi. Di certo la suspense fa la sua parte, ma mi piace pensare che a fare presa sul pubblico sia soprattutto la capacità del giallo, colto o popolare che sia, di suggerire qualche cosa di inconfessato che più o meno riguarda tutti noi: la vocazione inespressa e sconveniente di vittima o di carnefice, di cacciatore o di preda. 

Preda intesa come vittima sacrificale o come omicida incallito che non chiede altro che essere catturato. (Esemplare in questo caso quel piccolo trattato di criminologia che è Il demone della perversità di Poe). Non c’è ruolo prestabilito. 

Come spesso accade in letteratura non c’è copione che valga una volta per tutte: generi, sottogeneri, verità e finzione si combinano e si separano fino a ricreare ogni volta un universo simbolico inedito, dove la bachtiniana fiction molto spesso diventa più plausibile della realtà. 

E’ un gioco sottile quello che il giallo ci insegna. In quanto tipologia letteraria particolarmente duttile e permeabile ha saputo catturare nella propria trama il senso del tempo in cui viviamo.

Un giallo dell’ottocento è diverso da un giallo di oggi: diversi sono i processi tensivi che creano l’aspettativa del lettore, diverso è il modo dell’autore di appagare questa aspettativa; cambiano i processi cognitivi che portano alla soluzione, le metodologie di indagine, la psicologia dei personaggi. Ma l’autenticità, più che in molti altri generi, resta invariata. 

La paura, e tutta la dinamica mentale che conduce alla paura, resta simile. Così come un’opera d’arte di un altro tempo è ancora in grado di dirci qualcosa su di noi e sulla nostra esistenza, allo stesso modo un giallo dispiega la propria carica propulsiva e di senso in un tempo molto lungo, un tempo che in un modo o nell’altro finisce per toccarci. In modo invasivo, disturbante magari. Significa che l’autore ha fatto centro.

A cura di Ariberto 

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