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19 luglio 2011

Recensione | MENO DI ZERO (Bret Easton Ellis)



Clay è un diciottenne ricco e viziato. Viene da una potente famiglia americana della west coast e la sua vita si divide tra i pigri e poco impegnativi studi universitari nel New Hampshire e i bagordi con gli amici. 

Tutto scorre senza apparenti incertezze fino alle vacanze di Natale, quando torna a Los Angeles, e qui si ritrova invischiato in una parabola discendente che non potrà e non riuscirà a fermare. 


Meno di zero è l’esordio letterario dell’allora ventenne Bret Easton Ellis, datato 1985. E’ un romanzo breve, conciso, forte come un pugno allo stomaco. Dentro c’è tutto: la vita che sfugge, il senso delle cose che tarda a manifestarsi, la rabbia, la delusione, la noia. 

E’ uno degli esordi letterari più potenti e lapidari che abbia mai letto; una discesa emotiva senza sconti e senza filtri. Ellis ha imparato e messo in pratica la lezione dei minimalisti, ma fin da subito è andato oltre, intessendo un filato fatto di esperienza personale e osservazione dei particolari, con in più la capacità preziosa di dosare l’implicito e l’esplicito, la reticenza e il manifesto.

Non è una dote da tutti. Le vicende di Clay sono la testimonianza attonita e stupefatta di un mondo in rapida decomposizione e di una società che si appresta a divorare i corpi dopo aver già fagocitato ogni sentimento umano.

Clay è vittima e complice di questo massacro: è l’osservatore distaccato e al tempo stesso immerso nel sudicio, consapevole, innocente e al tempo stesso irrimediabilmente corrotto. C’è la sua presenza, immobile e scolorita, mentre intorno imperversa un’orgia oscena di feste, droga, sesso facile, prostituzione maschile e femminile, snuff movies, false amicizie, valori sballati, famiglie assenti. 

Ellis celebra la definitiva distruzione del mito americano, e lo fa senza alcun compiacimento, ma con una distaccata capacità analitica che lascia a un tempo sorpresi e inquietati.

Ogni pagina è una rivelazione di stile e di efficacia: non viene sprecata una parola, un movimento, un respiro, l’economia perfetta della sua scrittura avvolge il lettore come le spire di un boa, fino alla degradazione finale, l’implosione sorda di un mondo che non ha ragione di continuare a esistere, di un cuore ingolfato che non vuole più battere. 

Il ritmo ossessivo della prosa di Ellis martella e scolpisce ogni rigo con la precisione di un diapason, e ogni blocco narrativo regge da solo, funziona. Non so se sia questo la prova provata che ci troviamo di fronte ad un capolavoro, di certo siamo in presenza di un indizio. 

Meno di zero rappresenta un punto di partenza, ma allo stesso tempo un punto di non ritorno: nelle pieghe della realtà descritta si annidano tutti i germi della distruzione, con la quale un’intera società, quella americana e quella occidentale per esteso, sarebbe stata costretta a fare i conti di lì a poco.

Stiamo parlando del nostro presente, stiamo parlando di noi, immersi come siamo nella continuazione perfetta e coerente della distruzione vaticinata da Ellis più di un quarto di secolo fa. Non male per un ventenne. E tanto peggio per noi.

A cura di Ariberto

"Meno di zero" di Bret Easton Ellis, Einaudi, 185 pagg., 10.00 euro.

Voto: 9/10




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