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16 giugno 2011

ERNEST HEMINGWAY




Un ragazzo neanche ventenne, in abiti borghesi, osserva trasognato l'obiettivo della macchina fotografica. Un berretto di lana in testa, le gambe incrociate, le mani affondate nelle tasche. 

Ad un'occhiata più attenta si intuisce che quel ragazzo è in viaggio, sulla tolda di una nave. Quel ragazzo è Ernest Hemingway in viaggio dall'America all'Europa; meta: il fronte italiano. Siamo nel 1918, e per il futuro scrittore si prepara la prima, decisiva esperienza della sua vita, quella della Grande Guerra.
 

Credo che il mito di Hemingway cominci con questa fotografia, colto, ancora innocente ma già segnato da una profonda inquietudine, sul limitare del suo ingresso nella vita. Lo snodo principale, in un certo senso, è già valicato: l'impegno bellico darà il primo, e micidiale, sfogo al vitalismo disperato di questo ragazzo cresciuto nel mito della caccia e della libertà, dello sport e del temperamento. 

A partire da questo 1918 Ernest Hemingway diventa cittadino del mondo, ponte culturale tra un'Europa e un'America che ancora non si conoscono né tantomeno sono in grado di capirsi: nel giro di pochi anni l'autore di Addio alle armi soggiornerà lungamente nel Vecchio Continente, da Milano a Parigi, passando per i soggiorni a Cortina e Rapallo fino alle indimenticabili incursioni nella Spagna del sangue e delle corride. 

Nasceranno molti capolavori: da Addio alle armi appunto – rievocazione della Prima Guerra Mondiale con alcune pagine memorabili dedicate a Milano – a Per chi suona la campana, ambientato durante la guerra civile spagnola, per poi riversare il suo carico di esperienza e meticolosa campionatura dell'umano in quello che considero il suo piccolo gioiello: quei Quarantanove racconti che sono un puro distillato di arte narrativa e coscienza artistica. Fu uno scrittore bigger than life. Incontenibile, esagerato, curioso visitatore dell'umano e cinico gestore del proprio talento (celebre una sua lettera a Scott Fitzgerald in cui gli raccomandava di non sprecare il materiale narrativo derivante dalla morte del padre), ma soprattutto un disincantato osservatore, un compositore di arte e di forme che seppe unire le esigenze di cronaca con le intuizioni di un'arte dal tono denso e complicato. Non c'è niente di semplice in Hemingway; è stato più volte definito un minimalista, ma è un'etichetta che non spiega niente: la sua prosa epurò i cascami e costrinse generazioni di lettori a confrontarsi direttamente con la sostanza della materia, sfrondando il concetto di ogni fronzolo retorico e spostando il fuoco su una presa di coscienza totale. La complessità del suo carattere fu tale da trascinarlo lungo una china pericolosa e autodistruttiva, in un tramonto contraddistinto da depressione e alcool, delusioni e amarezza: era un uomo del suo tempo mi viene da dire, solo emotivamente più esposto di altri alla temperie della sua epoca. In quanto scrittore, in quanto artista.

Nessun tentativo di giustificazione ovviamente, ma di spiegazione sì, e se è vero che ognuno si assume la responsabilità della propria esistenza, nemmeno è possibile cercare di capirla emendando quelli che sono i suoi tratti essenziali, come il bisogno di vivere che diventa – tragicamente – distanza dalla vita, abbandono, solitudine irrecuperabile. 

A cura di Ariberto

Per
approfondire:                                                                                                   

"Addio alle armi", di Ernest Hemingway, Oscar Mondadori, 230 pagg, 9.50 euro

"I quarantanove racconti", di Ernest Hemingway, Oscar Mondadori, 532 pagg, 10 euro

"Festa mobile", di Ernest Hemingway, Oscar Mondadori, 256 pagg, 9 euro

"Album Hemingway", Mondadori, Album dei Meridiani, 260 pagg, 32 euro

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