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31 maggio 2011

CARMELO BENE



Nel macrocosmo del Novecento, la produzione scritta di Carmelo Bene occupa un posto del tutto particolare: decentrata, obliqua, in equilibrio precario; la sua è una voce sola, sulfurea eppure acuminata, plagiante e al tempo stesso del tutto originale. 

Ci ha lasciato in sostanza due romanzi: il monumentale Nostra signora dei Turchi e Credito Italiano, peraltro incompiuto e rintracciabile a brandelli solo nei Classici della Bompiani. 

Il resto è una spietata battaglia a colpi di intrighi linguistici e divaricazioni verbali: scritture di scena, partiture, lo stupendo e inclassificabile pezzo intitolato Autografia di un ritratto (prefazione dei Classici), un libro melange e sparpagliato dal titolo – significativo –  di Sono apparso alla Madonna, il quaresimale e bellissimo “libro parlato” Vita di Carmelo Bene, miniera di spunti e di ricordi, presa diretta della sua voce, biografia romanzata di se stesso scritta a quattro mani con Giancarlo Dotto. 

Sono tutte testimonianze di una presa di posizione ostinata e sofferta contro la lingua, contro quel simulacro dell’espressività che nel suo lessico prende il nome di ‘morto orale’, sensazione cioè residuale rispetto al nucleo sonoro della voce. Leggere Bene è un’esperienza a tratti disturbante: la sua è un’autentica macchina trita linguaggio, trita senso, macella sintassi; il suono fuoriesce dalla parola, eccede sulla scorta di una grazia che non è solo letteratura, ma autentica ispirazione. 

Frequento C.B. e la sua opera da molti anni ormai. Facendo parte del novero dei mortali, non ho potuto fare a meno di pormi la domanda: perché? Perché questa incursione micidiale e infuocata in letteratura da parte di uno degli artisti figurativi più grandi di ogni tempo?

La risposta è vacillante. Precaria: perché non poteva essere altrimenti. Uno come Bene doveva farla finita con il linguaggio, e per stanarlo, per andare a prenderlo una volta per tutte, doveva necessariamente affrontarlo sul suo terreno. Senza sconti, in un corpo a corpo che è durato tutta la vita, in uno scontro mortale che ha logorato l’artista salentino fino quasi a spolparlo, a renderlo puro spirito, come l’incanto della sua voce. 

Da Nostra signora in poi il vaso di Pandora è esploso, in miriadi di lapilli incandescenti: l’oralità sottratta al giogo della forma scritta ha sovvertito i codici, è diventata estasi inafferrabile.

In realtà, se posso concedermi un’interpretazione, la lingua di Carmelo Bene è in sostanza una macchina poetica. Grande, grandissima, poesia, le cui avvisaglie erano già presenti in Nostra signora, in brani come: “E lui, incantato come una creta, vestita appena come dipinta chissà quando, con dentro ancora il suo sangue caldo come in un miracolo ignorato, forse un’anfora ancora di vino, abbandonata nella sterpaglia da antichissimi contadini ateniesi in un giorno di festa, dov’erano platani e ippocastani e pergolati di porpora e di ombra.” Siamo nel territorio della poetica. A pochi metri da quel gigantesco testamento spirituale che sarà poesia dichiarata e prenderà il nome de ‘l mal dei fiori. 

Per approfondire:



"Vita di Carmelo Bene" di Carmelo Bene e Giancarlo Dotto, Bompiani, 422 pagg, 10.90 euro



 "Carmelo Bene legge Dante", DVD con libro, Marsilio, 18.50 euro


A cura di Ariberto

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