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25 gennaio 2011

Esclusiva | LE STREGHE DELLA PALUDE di FILOMENA CECERE estratto dal racconto "La quarta sorella"




“Era una terra fertile e generosa. Ma impervia per la diffusione degli immensi acquitrini e maledettamente perigliosa per la portatrice di morte. L’Appia era ancora una lunghissima strada fangosa. Talvolta sterrata. La Palude era una trappola. Non era un luogo dignitoso dove vivere. Quelle acque limacciose erano tutto ciò che possedevamo. Povertà. Malaria. Decessi. Gli occhi di un bimbo non dovrebbero assistere a un tale scempio”.
Una pausa. Un respiro profondo.
“Lucrezia viveva sola con sua madre. La donna contrasse la malaria. A nulla servirono medicine e cure prestate dall’Istituto Antimalarico, che aveva sede in uno dei fabbricati del Quadrato. Neppure l’affetto e la presenza costante di una figlia devota e affezionata alleviò le sue pene. La morte di sua madre generò in lei un cambiamento radicale. Si emarginò. Tormentata dai ricordi di quegli ultimi mesi e confinata nella paura di condividere la stessa fine infausta e dolorosa. Non passò molto tempo e la piaga visitò anche lei. Rifiutò le cure e le visite delle cugine. La palude divenne il suo specchio. La sua segregazione era totale. La sua anima si tinse di furore. La sua esistenza si votò al male”.
Serrò la mascella. Socchiuse le palpebre. Reclinò il capo.
“Praticava la stregoneria. Quella oscura. Satanica. Il suo attaccamento alla vita divenne morboso. Patologico. Malato. Aveva barattato la promessa di una lunga e sana vita con la fragile esistenza di piccoli innocenti. Nella zona sparirono i primi bambini. La voce di una strega che avesse fatto un patto col demonio si diffuse rapidamente. Molti al villaggio la insultavano. L’accusavano di tremende nefandezze. Ma non avevano prove e Lucrezia vagava a piede libero tra i boschi. Come un segugio. Come un dissanguatore bramoso di energia e carne.
Mia madre e le sue sorelle la difendevano. In cuor loro però sentivano che qualcosa in Lucrezia era mutato. C’era del vero in quelle accuse. I coloni avevano ragione. La strega deturpava gli esili corpi e li affondava nelle nere acque salmastre”.
Le lacrime le velarono gli occhi. Poi solcarono le guance.
“Una serata calda e umida. All’imbrunire. Attendevo paziente la mamma che con le zie era andata alla sorgente di Belladonna. Poco dopo il bivio dell’Epitaffio. Erano andate per prendere acqua potabile. Quella dell’unico pozzo esistente nel Quadrato veniva utilizzata solo per la nettezza dei luoghi.
Zia Lucrezia, così la chiamavo, entrò in casa. Il suo volto aveva impresso un ghigno malevolo. Un rantolo accompagnava i suoi passi. Mi afferrò per un braccio e mi trascinò fino alla sua capanna, portandomi via dai miei giochi di bambina. Avevo paura. Il suo tugurio ero sporco. Saturo di cadaveri di piccoli animali, privati di arti. Topi. Gufi. Gatti.
Non volevo stare con lei. Mi fece assistere a rituali che non comprendevo. Aveva spostato i pochi mobili e messi a ridosso delle pareti luride. Al centro della stanza, sul terreno battuto, c’erano candele accese che formavano un cerchio. All’interno una stella e dei segni disegnati con un filo di farina bianca. Mi prese in braccio. Mi lasciò al centro del cerchio. Mi intimò di rimanere ferma. Lei in ginocchio pronunciava parole incomprensibili. Un coltello stretto tra le mani. Piangevo e supplicavo, ma lei continuava nel suo canto di morte. La porta si spalancò. Un vento gelido penetrò nella stanza. Le imposte sbattevano. Rumori. Sibili. Il terriccio si sollevò e turbinò all’interno di quella prigione. Urlavo. Chiamavo mia madre.
La strega continuava nel suo macabro rito. Si sollevò, superò le candele e venne verso di me. Afferrò la mia mano. Mi ribellai. Mi strattonò fino a quando cedetti alla sua volontà. Con la punta del pugnale solcò il mio palmo. Il sangue scivolò fino a terra espandendosi come una macchia d’olio. La lama del pugnale sfiorò il mio corpo fino al collo e lo sguardo di Lucrezia divenne desioso. Il mio decesso avrebbe appagato la sua ira”.

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