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16 maggio 2014

Sarà che è quasi estate, sarà Torino ma…


Il dopo Salone è un’esperienza strana: mi sento libera e abbandonata allo stesso tempo, nonostante sia passato qualche giorno.


La sento ancora la voce di Isabella Ragonese. Parla delle nuvole dando la voce a Vermeer, nel romanzo "La ragazza con l'orecchino di perla". Il bianco delle nuvole non è bianco. C'è giallo, verde, a volte forse il rosa. Io, ora che ho capito questa cosa mi sento meglio. Non ho più l'ansia, e non credo sia stupido pensare che guardare su, ma molto più in su della propria testa, non solo rende liberi, ma ci mostra quanto ci intrappoliamo nelle cose, senza tener conto dei mondi che siamo e di quanti altri mondi incontriamo. Il salone sarebbe stato una prova di come si può essere nuvole in un cielo mutevole. 

Il salone è caos, 
ma è fermo. 


Domenica però non lo era. Corridoi di lettere e stradine di numeri. Stand con editori in persona, commessi apatici e collaboratori di gioia (sì, c'è chi vende perché ti guarda e sa leggerti dentro). Non ho arraffato qualsiasi cosa, per fortuna. Ho ascoltato del bene e del male (tema del salone), su come entrambi sono necessari nella convivenza, per il solo potente valore di esserci. Ho visto la forza di Dacia Maraini, le sue rughe belle e un sorriso temprato.  Ho visto libri per persone di pochi anni, come ha definito i bambini Sepulveda nell'intervista insieme a Carlo Petrini di Slow Food, e ne ho anche comprato qualcuno. Ho toccato la poesia per sentirmi sola e concentrata, l'ho salutata per inciampare nell'inaspettato. 


Ogni dettaglio si prestava alla fotografia come una virgola di pausa in un flusso continuo. E niente ha superato il sorriso disegnante di Zerocalcare. 


Ho incontrato volti, piedi calmi e mani vibranti, li ho incontrati in certi momenti solo sentendoli nell’aria di uno spazio chiuso e così infinito, di creazione e mercato, di idee e materia. Mi sono bruciata il palato con la pizza per la fretta di ricominciare a essere quel chiacchiericcio bello e faticoso. 

A tratti avrei voluto sdraiarmi e provare per un attimo a sentirmi terra, e riposare senza essere calpestata. Poi pensavo che dovevo imparare a trattenere il respiro e mantenere il buono che c’è sempre in un piccolo inferno. 


Verso sera avrei avuto bisogno di casa e sono andata alla Buonasera da Guido Catalano, che spostava risate nell’Arena Piemonte. 

Per gli acquisti ho aspettato il lunedì. Mi sentivo una compratrice qualunque e stavo bene. Ho ripensato a Giuseppe Battiston che leggeva Maigret come si ripensa a un amico che ti ha detto una cosa a cui non avevi prestato attenzione, ma che ha la potenza di rimbalzarti dentro. Ho visto bambini senza provare fastidio per la confusione e soprattutto non ho fatto file se non per un caffè. 


Adesso non posso dire che mi manca il salone, provo solo nostalgia per tutto ciò che fa sembrare possibile, anche concedersi 5 minuti di meditazione, senza scarpe, in uno stand, dentro al salone eppure così fuori dallo spazio e dal tempo dei passanti.

A cura di Martina Rosella, leggi il suo blog Parla e Basta





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