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4 aprile 2014

La grande bruttezza è “come l’antenna per i passeri”


«Sono scomparso perché io non c’ero»
Perché hai dei semi in tasca?
Non ricordo.
A che cosa ti servono?
Devo metterli nelle scarpe.
Nelle scarpe?
Sì.
Da dove ti viene questa idea? Perché non li infili sotto terra?
Vanno nelle scarpe.
Sai dirmi perché?
Vorrei solo mettere radici, dottore. Trovare un posto dove mi posso finalmente fermare.

Alla fine è sempre lotta tra l’amore e la morte. Amore nel suo puro significato latino di “senza morte”. O si ama o si muore. Anche se la città è eterna e dunque eterna le sue bellezze e le sue bruttezze. Si può stare “come l’antenna per i passeri” e raccontare lo spettacolo insieme allo scrittore Mauro Marrocco, che imbastisce una storia incredibilmente vertiginosa. Ma dove ci troviamo davvero? «Nelson non risponde. Al centro della piazza sta bene. Si respira un profumo di pesce andato, scolo di verdure, arance e pane al forno. Come a casa di sua nonna, sulle colline degli Aurunci, il sabato, quando il furgone del fornaio si fermava sotto casa con un carico di dieci pagnotte di grano scuro a lievitazione naturale». Sugli Aurunci si adagia Lenola, città d’origine di Marrocco, che ritorna come in sogno e fornisce le lenti per questa realtà in cui si muovono i protagonisti. 

«Nelson e J sono uccelli in fuga dlla pioggia, verso il mare aperto. Senza rotta, senza meta. Basta il ricordo dell’odore delle lenzuola umide, dei campanelli stonati, dei cornetti sformati intrappolati nel cellophane. Basta il capannello di medici intorno al letto. Lo schieramentiìo di camici, il collaudo dell’anima. Basta una delle centoquarantadue mattonelle del corridoio per avere voglia di baciare uno ad uno i ciottoli di catrame scoppiati come acne sulla strada». Chi pazzo è Nelson? Probabilmente J stesso, nome puntato da processo kafkiano. Intanto «Nelson ha avuto due vite e due nascite. (...) Una vita è una vita, per non parlare della nascita, che sembra rendere immediatamente il mondo più bello. Ora, tralasciando l’anagrafica di Nelson, ci rivolgiamo alla nascita seconda, quando Nelson capì o, forse, semplicemente seppe, che a certe profondità da soli non si può scendere. E se vuoi stringere la vita al collo e guardarla negli occhi, c’è bisogno di qualcuno che ti tenga sulle spalle. Che vada avanti lui, che si pieghi, mentre tu ti accovacci sotto. Qualcuno che venga a prenderti, ubriaco di vita, quando tu vorresti startene in disparte, nascosto». 

Le descrizioni sono pulitissime, al contrario dell’unica donna: «Chiara, chiunque sia, avrà quarant’anni, ma ne dimostra venti di più. È piccola, bassa, con le spalle rachitiche in mostra fuori della canottiera rosso slavato, tutte coperte di tatuaggi sbiaditi fino ai polsi. Dalla vita in giù, le cose non vanno meglio. Dal bacino largo, un po’ spostato dall’asse centrale e rotato in avanti sul lato destro, partono due gambe troppo corte e sottili, che si possono immaginare ancora più storte oltre i jeans scuri, fradici di metropolitana, giardini pubblici, marciapiedi e sottopassi. I capelli, poi, sono come gli anfibi che ha ai piedi, spaccati, corrosi e unti, nero corvino striati di bianco, che l’acqua l’hanno vista più per strada che dentro casa». Provate voi anche solo a pensare di scopare con una così. Nelson lo fa, pagandola pure. 

Tra Coldplay alla radio, baci “franco prussiani” (saranno buoni?), pomeriggi che sono “la schiena del giorno” e mare come “un vassoio di onde flambé”, va in scena lo spettacolo assurdo dell’esistenza: «Resta solo J, in piedi come un fesso, al centro di uno sgombero postbellico, ciascuno di tenga le sue miserie, e macerie ovunque. Lontano, molto lontano, qualcuno rumoreggia. Ma non c’è eco di feste, il silenzio netto, tangibile, umido, dello spettacolo finito». Infine, come anticipato, l’amore: «Cazzo sono venuto a fare al mondo, si è chiesto J. Non sono nato mai, ha risposto. Né più mai toccherò le sacre, le profane, le sozze e le pulite, solo lei, l’amore della mia vita, la madre dei figli che non avrò. E tutti insieme, i non nati e i morti, ce ne andremo fuggendo di gente in gente.  (…) Fine della pantomima, sole muto, vento sereno, nubi, e orme che vanno al nulla eterno».


Ma l’antenna, in tutto questo rumore di sintonizzazione? «Che rapporto c’è tra i passeri e le immagini della tv? Uno scrittore, chiunque esso sia, è più simile a un’antenna o alle immagini che quell’antenna insieme a un decodere e al televisore producono? Oppure lo scrittore è in tutto simile ai passeri, che sull’antenna si posano per fissare l’orizzonte e dei segnali televisivi non conoscono neppure l’esistenza. (...) Anche se domani dovessero scomparire tutti i televisori del mondo, mi batterei con tutte le mie forze per lasciare le antenne sui tetti, lì dove stanno, solo per lasciarle ai passeri».

A cura di Simone Di Biasio, seguitelo sul suo blog




Come l'antenna per i passeri di Marco Marrocco, RaiEri, 148 pagg, 15 euro


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