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11 aprile 2014

CORPO LIBERO DI ILARIA BERNARDINI



Avevo acquistato questo libro, insieme a molti altri, sull'onda emozionale delle olimpiadi di Londra 2012. Poi, anche a causa delle recensioni non troppo lusinghiere, era stato fagocitato dalla lunghissima coda di lettura sul Kindle. L'ho riesumato in occasione dei giochi invernali di Sochi 2014 e, per l'ennesima volta, ho avuto conferma del fatto che, in tema di letture, ognuno deve giudicare con la propria testa. 

Certamente non è un libro adatto a tutti. Chi non ha mai provato ad allenarsi, anche solo a livello amatoriale, difficilmente potrà a capire l'importanza del fattore mente, né tanto meno immaginare la pressione psicologica che schiaccia gli atleti. L'allenamento non ha nulla a che vedere con il piacere. Certo a me, ad esempio, piace correre, ma se voglio mantenere un certo livello di allenamento, per poter godere al meglio dei benefici di questo sport, è implicito che io debba impormi di farlo anche quando non ne avrei voglia. È un gatto che si morde la coda: per rientrare felice da una seduta di allenamento lungo mare in un bel mattino d'estate, devi importi d'infilare le scarpe e la tuta anche quando resteresti volentieri a dormire un'ora in più.

A livello agonistico è la stessa identica cosa, moltiplicata per 365 giorni all'anno e per molte più ore consecutive. Non c'è da stupirsi se poi gli atleti non sono mentalmente equilibrati e possono compiere azioni sconcertanti, come nel romanzo di Ilaria Bernardini. A qualcuno sarà magari capitato di vedere in televisione  la serie “Giovani campionesse” (Make it or brake it) trasmesso nel 2011 o il documentario-reality show “Vite parallele” la cui prima stagione era incentrata sulla preparazione per i campionati mondiali di Tokyo 2011 presso il centro tecnico federale di Milano (ora accademia di ginnastica). 

Una delle osservazioni più pertinenti che l'autrice mette in bocca alla sua piccola protagonista riguarda la definizione della disciplina: corpo libero. In realtà dovrebbe chiamarsi corpo obbligato, visto che le posture che le atlete devono assumere di naturale hanno ben poco, al punto che la ragazzina afferma di vedersi deforme se paragonata ad adolescenti normali. 

In fila per il volo low cost eravamo le più basse. Ho pensato che eravamo patetiche a essere così nane, con quelle gambe muscolose da calciatori tozzi e pochi capelli. In palestra i nostri corpi mi piacevano, ma quando eravamo nel mondo vero mi sentivo deforme.  La coach dice che dobbiamo ringraziare Dio di essere basse, di non avere le tette e le mestruazioni, altrimenti non potremmo fare questo sport. Chi ingrassa è perduto.

Si tratta di bambine che hanno cominciato ad allenarsi a tre, quattro anni e, da allora, non hanno mai avuto una vita normale. Spesso lontane dalla famiglia, per allenamenti e gare, nessuna è riuscita ad instaurare con i propri genitori un rapporto veramente filiale o, per lo meno, non paragonabile a quello che le lega alla squadra e ai coaches. Ma anche questi sono rapporti conflittuali tanto più dal momento che la ginnastica artistica è uno sport sia individuale che di squadra. Tutte per una contro le altre nazioni, ma una contro l'altra per le medaglie individuali con una sgradevole, inconscia, consapevolezza:

C'è poco da allenarsi: le campionesse lo sono da sempre e da subito. Non ci sono mai stati miracoli in questo senso. Con impegno e diligenza si può diventare ginnaste di tutto rispetto, ma mai  campionesse. La squadra, però, è fondamentale per aiutare le stelle ad alzare la palla dei nomi che saranno ricordati. Vado fiera anche di questo, ma è chiaro che non è abbastanza per nessuna.

Sentimenti contrastanti che rendono una squadra più simile ad un covo di vipere, che ad un gruppo solidale. A questo si aggiunge l'incubo di cadere e farsi male, oltre ai normali problemi che affliggono tutti gli adolescenti: i primi amori, la sensazione che tutti gli altri siano migliori e più fortunati in ogni campo, i conflitti con la famiglia, che in questo caso, come detto, riguardano più il rapporto con gli allenatori che non con i genitori. 

Il romanzo si conclude con un piccolo, tragico giallo che riguarda la stella della squadra rumena, la più brava e, di conseguenza, la più invidiata e la più odiata.

Non so se riuscirò a guardare ancora le gare di ginnastica artistica con gli stessi occhi. Già alle Olimpiadi di Sochi ho guardato con occhi diversi il pattinaggio artistico, disciplina che può considerarsi analoga. Ma è lo stesso con tutti gli atleti, che si giocano anni di sacrifici in una manciata di secondi. Forse per questo il libro della Bernardini non ha raccolto recensioni entusiastiche, quella che rivela è una verità scomoda, che molti preferiscono ignorare. A Sochi l'Italia non ha vinto medaglie d'oro, forse vuol solo dire che ai nostri atleti  vengono riconosciuti maggiori diritti umanitari. 

A cura di Claudia Peduzzi



Corpo libero (I narratori) di Ilaria Bernardini, Feltrinelli, 189 pagg, 14 euro


Voto: 8\10





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