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23 aprile 2014

CHE FINE HA FATTO LA MERENDA? E LE OSTERIE? E L’AUTORADIO?


“Che fine ha fatto Carmen Sandiego?”. Era il 1994 e avevo sei anni quando la Rai partoriva questo cartone animato. In realtà non ricordo niente della proiezione. Ma una musica, la sigla, è rimasta intatta nella memoria come accade con le altre cose belle degli anni di giochi e spensieratezza. “Nuovo dizionario delle cose perdute” – nato come secondo a “Dizionario delle cose perdute” (Mondadori - 2012) ha riattivato la circolazione dei miei ricordi. Pochi in realtà rispetto a ciò che Francesco Guccini racconta. Perché per ragioni anagrafiche devo fare in modo che sia la fede a tenere in piedi la narrazione. Ma questo vale per me, i coetanei e i più piccoli. 

Allora sulla base di partenza che interagisce con la mia Carmen, Guccini chiede: “Che fine ha fatto la merenda? E le osterie? E l’autoradio?”. 

Già, che fine hanno fatto queste piccole grandi quotidianità di una vita fa. “Merenda”, dice Guccini, “è parola latina e significa ‘cose da meritare’”. Quand’eravamo bambini c’era sempre qualcosa da meritare. Un giocattolo, un sorriso, un bacio, un abbraccio. O una merenda, appunto. La mia, da indistinguibile cicciabomba, era di pane e salame preparata dalla domestica di casa “Amico D’Infanzia”. Ma c’erano anche i cereali modernamente messi in scatole animate da pupazzi inquisitori. Se eri un personaggio con polso mobile li mangiavi pescandoli direttamente dalla busta post scatola plastifica. Al contrario chiedevi aiuto a una tazza di latte e via con le oltre 200 calorie del metà pomeriggio. 

E le osterie? “Dalle mie parti le osterie (quelle autentiche) sono come gli animali in via d’estinzione, forse dovrebbero essere protette dal WWF. Prima sono scomparse nei paesi, sostituite dai bar: banconi lucidi di acciaio, tavoli col ripiano di formica, luci al neon, avventori più portati al caffè corretto che al bicchiere di vino”, dice Guccini. Io dico che all’osteria non ci sono mai stato. Perché, appunto, hanno smesso d’esistere quando ho cominciato a chiedere vino rosso. Oggi ci sono le osterie di contrabbando, quelle con l’H all’inizio.  Niente a che vedere con le autentiche in cui già nel 1400 si incontravano i viaggiatori in cerca di riposo. 

E l’autoradio? “Le coppie arrivavano al ristorante e lui, anzitutto, appoggiava l’autoradio sul tavolino; la gente andava al cinema e si portava dietro quell’ingombrante oggetto”. Era l’autoradio estraibile. Il giocattolone che pigliava qualche FM qua e là. Guai a perderlo perché rappresentava un impegno, un amico da difendere. Pure dai ladri che spaccavano i finestrini delle auto per rubare il giocattolone e venderlo al miglior offerente. “Ora, se ti spaccano il finestrino, al massimo è per fregarti il navigatore satellitare, il computer portatile o il telefonino che ti sei dimenticato in macchina”. 


Potrei andare avanti condividendo il “Che fine ha fatto?” con gli oggetti e modi di dire già mossi da Guccini. Ma il fatto è che non lo so che fine abbiano fatto ‘ste cose. Davvero. So che c’è un dizionario che racconta, rinnova: il “Nuovo dizionario delle cose perdute”. 

A cura di Daniele Campanari, seguitelo sul suo blog


Nuovo dizionario delle cose perdute di Francesco Guccini, Mondadori, 68 pagg, 9,50 euro






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