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3 marzo 2014

Vita di Pantasilea di Luca Romano


La vita delle donne non è mai stata facile, tanto più quando le alternative per mantenersi da sole si contavano sulle dita di una mano. Per una figlia illegittima nella Roma del Cinquecento la professione di cortigiana era quasi rispettabile.  A diciannove anni Pantasilea vive in un bel appartamento in affitto, ha una tata, che è con lei da sempre, e guadagna abbastanza per pagare l'ospedale e le cure alla madre, affetta da sifilide. 

Le cortigiane altro non erano che le nostre escort, belle ragazze, di discreta cultura e intelligenza, disposte, per motivi economici, a mettere temporaneamente da parte i propri principi morali. Tuttavia se oggi le escort sono mosse prevalentemente dal desiderio di possedere dei beni di lusso che io considero del tutto superflui, ai tempi di Pantasilea la scelta era veramente tra  mangiare o non mangiare. Invariata invece la composizione della clientela, se non che, nella Roma rinascimentale, il potere temporale coincideva con quello spirituale, con tutte le conseguenze del caso.  

Come oggi la differenza tra una cortigiana e una prostituta da strada era il fatto di avere una clientela più o meno fissa, a volte limitata ad una sola persona, che spesso le ragazze consideravano quasi un" fidanzato". Sono certa che generalmente esse fossero sinceramente innamorate, come Pantasilea del "suo" Benvenuto Cellini. Avevo il sospetto che il grande artista non fosse uno stinco di santo e la descrizione che ne fa Luca Romano non ha migliorato la mia opinione. Maria Laura Rodotà, nella sua rubrica sul Corriere della Sera, chiama quelli come lui Gran Bastardo. Pantasilea, alla luce dei fatti, sarebbe perfettamente d'accordo con questa definizione.

Lo sfondo storico alle ipotetiche sventure della favorita di Cellini è il 1527, anno del Sacco di Roma. Lo stato pontificio era alleato del re di Francia Francesco I di Valois contro Carlo V d'Asburgo, re di Spagna e del Sacro Romano Impero. A seguito del fallimento di ogni tentativo politico di riconquistare l'appoggio del papa, l'imperatore decide di attaccare militarmente la Chiesa sfruttando l'appoggio interno della famiglia romana dei Colonna, nemici giurati dei De Medici, casato al quale appartiene il pontefice in carica, Clemente VII. 

Su Roma marcia un esercito composto in parte da soldati spagnoli, al comando di Carlo III di Borbone, e in parte dai lanzichenecchi guidati dal generale Frundsberg. Mentre i primi sono cattolici, i secondi sono prevalentemente luterani, quindi la loro è più che altro una crociata contro la corruzione della chiesa. Entrambi gli eserciti sono allo stremo delle forze e non vedono l'ora di mettere le mani sulle ricchezze di Roma. 

A peggiorare le cose contribuisce la perdita del proprio leader da parte di entrambi gli eserciti. Il generale lanzichenecco è costretto a rientrare in patria per un malore, mentre il Borbone viene ucciso il primo giorno di assedio proprio per mano di Benvenuto Cellini. Quando le truppe riescono a irrompere in città è il caos. Oltre al saccheggio i soldati si abbandonano a stupri e carneficine. La ricostruzione che Luca Romano fa di quei giorni è terribile e sconvolgente. Quella che, compatibilmente alla situazione, ne esce meglio è proprio Pantasilea, ma visto le disavventure precedenti forse l'autore si sentiva in debito con lei. 

Il racconto comprende alcune riflessioni di un ufficiale lanzichenecco, che mettono in evidenza le contraddizioni interne alle truppe imperiali, ennesimo esempio di come in guerra l'odio unisca piu dell'identità di vedute. Tra spagnoli e tedeschi le occasioni di scontro sono all'ordine del giorno, ma alla fine si trovano a fronteggiare un nemico molto piu pericoloso di qualsiasi esercito: la peste. Il lanzichenecco quindi  conclude affermando:

"In ogni caso ho imparato una cosa dal Sacco di Roma e dall'umiliazione del papa: la vittoria è certamente preferibile alla sconfitta, ma talvolta i due esisti si rassomigliano a tal punto da non riuscire a distinguere i vincitori dai perdenti. A Roma siamo stati noi a portare l'inferno e l'inferno ci ha ingoiati."


Tra i protagonisti apparentemente minori vi è un giovane chierico, ancora indeciso se abbracciare o meno la carriera ecclesiastica. Nel 1555 un suo omonimo sarà acclamato papa con un solo voto contrario, il suo. L'autore sottolinea che niente conferma che possa trattarsi dello stesso personaggio del suo romanzo. Questo papa, uomo devoto, sobrio, umile, che dedicò ogni suo sforzo alle riforme della Chiesa, mi ricorda molto il nostro attuale pontefice. Il suo primo gesto fu di devolvere ai poveri i soldi destinati alla sua incoronazione e a lui si deve l'abolizione della pratica del nepotismo. Per cause "naturali" il suo pontificato durò solo 21 giorni. La storia a volte si ripete, a volte no. Preghiamo per Papa Francesco.

A cura di Claudia Peduzzi


Vita di Pantasilea (I NARRATORI DELLE TAVOLE) di Luca Romano, Neri Pozza, 368 pagg, 18 euro, 9,99 euro in formato Kindle

Voto 8/10









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