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21 marzo 2014

È la giornata mondiale della poesia, noi scappiamo ad Assisi


Ho sempre pensato che alle donne non servisse una giornata internazionale ad esse dedicata per celebrarne l’importanza. Un po’ come la questione quote rosa in politica, per me ascrivibile solo ad una ulteriore e più sottile forma di discriminazione. Ma sto uscendo fuori – come si suol dire - dal seminato, perchè nel frattempo il 21 marzo è primavera. Grande scoperta, direte. 

“Portate in alto le braccia e inspirate forte: dai che tra pochi giorni non è più inverno... una poesia la scriverei”: giuro che mercoledì mi ha detto ironicamente così l’istruttore della palestra in cui ogni tanto mi affaccio per vedere se gi altri faticano a tenersi in forma. “Guarda che il 21 marzo è anche la giornata mondiale della poesia!”, gli ho ribattuto. Il silenzio sembrava tuonare: e stica? “Stica” è locuzione con cui si indica qualcosa di cui poco ci cale. Eppure oggi le cicale che cantano sono davvero molte: se fossero cicale le giornate mondiali dedicate a x, y o z, conteremmo più giornate in un anno che giorni.

Non stiamo mica sempre a fare i criticoni, però. Sì, l’Unesco 14 anni fa ha stabilito che la poesia avesse bisogno di una giornata mondiale appositamente dedicata. Anche se vedrei più favorevolmente una giornata internazionale a favore della ricerca del senso nelle grafie dei medici, non si possono nascondere gli effetti positivi che una tale ricorrenza può suscitare:

Ah, la poesia esiste
Ehi, i poeti esistono!
Oh, ma quel libro ha tutte le frasi interrotte, dev’esserci stato un problema di stampa...
Uh, in che verso vai tu?

Noi di Reader’s Bench – almeno una parte – un verso, una direzione la prendiamo, per rispondere alla 4). E così con i readers Rocco Alessandro Mattei e Daniele Campanari sarò ad Assisi. Celebreremo, in rigoroso ordine alfabetico: “Cantico delle creature”, Poesia, San Francesco. Già, s’è formata una Trinità, ma niente paura: non si sovrapporrà alla celebrerrima, anche perchè finalizzata esclusivamente ad un obiettivo: la bellezza. Il 21 marzo è la celebrazione della bellezza, punto.

L’iniziativa cui ci recheremo noi infiltrati è organizzata dal Centro di Poesia di Roma con la collaborazione del Centro di Poesia contemporanea di Bologna. La mente è quella di Davide Rondoni, ma sono eccellenti anche i nomi degli altri ospiti: Franco Loi, Anna Buoninsegni, Lorenzo Chiuchiù, Claudio Damiani, Anna Maria Farabbi, Isabella Leardini, Serena Maffia, Daniele Mencarelli, Antonio Riccardi. Tutte le altre info su: www.centropoesia.com

Per gli altri eventi basta googlare “21 marzo 2014 giornata mondiale poesia”. Per i più curiosi, il 14 marzo è la giornata europea del gelato. Ho scritto europea, dunque il resto del mondo rispetti l’Europa e non rubi il cono.

Per leggere una poesia, aprire un libro. Ma visto che è 21 marzo c’è lo sconto e una la trovate anche qui in calce. È tratta dal blog dedicato alla poesia di Rai News, uno dei pochi che ha avuto la possibilità di una anteprima da Il posto (Mondadori), l’ultimo libro della poetessa Jorie Graham che riceverà a Firenze il Premio Ceppo Internazionale “Piero Bigongiari”.

CAGNES SUR MER 1950

Sono l’unica a ricordare
la voce di mie madre nell’ombra particolare
dell’arco romano ricolmo di cielo
che oscura le pietre sulla strada in discesa
da dove lei ora risale all’improvviso.
Come l’arco, la voce e l’ombra
violentamente afferrano il piccolo triangolo
della mia anima, un film muto dove note di piano
diventano un corpo impazzito
per le immagini squillanti dello spirito – patria abbandonata – miracolo da cui
si riemerge vivi. Così qui, io di nuovo
rileggo il libro del tempo,
il mio unico tempo, come se ci fosse un fatale errore la cui
natura non so rintracciare – o la forma -  o l’origine -
prendo la creatura e la riporto
sul posto dove io sono un minuscolo serbatoio di sangue, cinque chili d’ossa
e tendini e altre cose – già condannata a quest’unica anima -
che dicono pesi meno d’una piuma, o tanto
quanto un centinaio di grammi quando cresce – come in un viaggio ropercorro
quelle arterie, il prezioso liquido, il campo di metodi, agonie,
stupori – che io non sprechi gli stupori -
che non uccida per errore fratello, sorella – mi
siederò con audacia una volta ancora sul mio inizio,
macchia scura dove una storia non diventa ancora un’altra,
e parole, non giunte a me ancora, ancora non proveranno a dirmi
da dove vengono le cose, né dove vanno,
dove risplenderà il flusso dell’inclinazione
nella sua veloce discesa. E mi sembrerà
tutta una leggenda,
una di quelle in cui non c’è modo di voltarsi indietro
ma voltarsi si deve, pagando sì, ma voltarsi si deve…
Era d’estate in un paese in collina al sud.
Era prima che io conoscessi la conoscenza.
La mente correva ovunque e restava immobile al centro.
E non era scomodo.
Un uccello cantò, si aggiunse all’ombra
sotto l’arco.
Penso da questa distanza
che ero felice.
Penso da questa distanza.
Ero seduta. Era prima di saper camminare.
Solo la mia anima camminava ovunque senza peso.
Dove declinava la strada tutto spariva.
Proprio come immaginavo dovesse accadere.
Apparire e sparire.
Nella mia unica vita.
Quando s’avvicinò la voce di mia madre aveva un corpo.
Aveva braccia e abbracciavano qualcosa
che doveva essere un cesto. La mia mente ora
può girarle intorno, e davanti, e avvolgerla
come le sue braccia avvolgevano quel cesto.
E doveva essere di vimini
perché nella luce vedo molte sfumature di marrone, le punte bianche
quando esce dall’ombra
dove non si vede nulla eccetto le sue mani
e il suo portare. E quando il suo corpo arriva
arriva con tanti limoni tutti illuminati, interamente avvolti nel sole,
che il pesante cesto ancora contiene,
e le sue unghie brillanti intrecciate,
e lo sguardo sul viso mi cerca,
sguardo simile a quelle cose brillanti che portava
davanti, un nuovo ventre.
Tutto ciò che avrei inventato in questa vita è la nel cesto di vimini fra i limoni.
Venuto da sotto l’orizzonte, da dove sale il rumore del mercato
su all’intima aria dove lei si muove,
dove lei è ancora una donna intera, una donna di volontà,
e io sento gridare quel che devono essere prezzi e nomi
di fiori e frutta e carne e animali chiusi in piccole gabbie,
tutto sotto di noi, dal fondo del villaggio, da quella parte
per me così comoda che è invisibile,
dove ogni cosa deve essere venduta per mezzogiorno.
Penso fosse in quel momento che mi fu dato il mio nome,
quando ho sentito la prima volta i prezzi portati dalle voci
mentre la sua faccia s’apriva in un sorriso chinandosi verso di me
per dire eccoti, eccoti.







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