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7 febbraio 2014

La poesia di Giuseppe Nibali e la vitamina C


Mangiavo un mandarino e poi Giuseppe Nibali. Vitamina C, dicono; vitamina Croce, dice il giovanissimo poeta siciliano in cui la geografia diventa verso, precisamente direzione. “Come Dio su tre croci” è il suo primo libro edito da “affinità elettive” e non ci sarebbe stato se non ci fosse stata la Sicilia, questo fazzoletto sventolato, o piuttosto schiacciato dallo stivaletto. 

La Trinacria, il numero tre, le tre punte, le tre croci: ho controllato infine i numeri che identificano le poesie e no, sono 31; fossero state 30 sarebbe stato perfetto. Certo, il numero non lo è, eppure perfetto - nel senso di misurato - mi pare questo esordio. Mi ha ricordato il consiglio di un professore: “Pubblica solo se hai qualcosa da dire”. Nibali aveva da dire, ha avuto da aggiungere. “Sottile/ la siciliana/ arte della sottrazione/ l’estate puttana./ Nelle reti vuote/ una mezza dozzina di mare/ distesa al sole/ misera, misera/ maledizione”. Ha aggiunto per sottrazione di padre: “a palmo risalisti i miei/ i rosari e i comò di gioielli// su tutto si stenda la materna croce/ e bene in vista”.

Il mare riscova le ancore sia in Giuseppe (“Cercami chiamami - e se scovi/ un nome - una parola/ che mi significhi nascondila./ Donale una maschera d’ulivo/ oppure immergila - anche qui nel golfo/ e strappala agli scogli ai castelli/ ai pupi appesi sopra il letto”), sia in Salvo Nibali (“devo lasciarti alla schiena/ senza alzarti al ciliegio che non/ avemmo all’ulivo sempre/ imprestato alla/ vigna dei ciclopi al/ recinto dove volevi guidarmi/ ai tuoi esseri primordiali”). E ho usato l’ancora che “sta dentro alla terra” non a caso per richiamare un autore, Libero de Libero, che mi è particolarmente caro per quel legame con i luoghi natii che Nibali conserva quando “Più lontano la mattina/ si fa trappola infanticida/ una luce/ allo spiraglio di finestra/ ci sbatti/ risbatti/ poi spezzi - partendo/ le ali di vetro”

Merita di essere letta per intero la numero 13, ché porta anche bene ed investe immagini tra vita, morte e resurrezione (le tre croci?):

Non di te, mai di te

Crocefisso che squadri
Noi penosi dietro ai muri
Tutti sporchi di pensieri
Senza spalle dove appendere
Quelle voci, quel colore
Di gesso.

Siamo noi adesso
A chiodarci i polsi
Alle croci - noi ladroni
Con la noia domenicale
Che copre la televisione


Succedono primavere insolite tra i versi: “Al germogliare del mattone/ si stacca dal buio una statua/ un vecchio ammasso di rovi// l’oleandro autostradale/ che sempre vuole fiume/ sempre vuole terra/ da levare in alto/ a farla benedire”. Dediche a Mariuzza che tiene “Nel vestito della domenica/ due labbra serrate, neanche una bestemmia”. Soltanto qualche cigolio degli anni: “E’ il vento sulla pelle/ questa vecchiezza che sento?// Ha rumore di cimitero/ e lascia l’impronta sul viso”. È il vento sulla carta questa poesia che sento? Faccio il verso a Nibali, ma ha iniziato lui. 

A cura di Simone Di Biasio, seguitelo anche su Giornalismopo-etico


Come Dio su tre croci di Giuseppe Nibali, Affinità Elettive Edizioni,  8 euro 



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