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10 febbraio 2014

IL TURCHETTO di Metin Arditi



Ennesimo esempio di scienziato con l'hobby della letteratura Metin Arditi si lancia nella ricostruzione della vita di un fantomatico pittore della Venezia rinascimentale. Lo spunto è un dipinto conservato al Louvre e attribuito a Tiziano, “L'uomo col guanto”: Sulla paternità del quadro esistono effettivamente dei dubbi. Studi effettuati sulla firma avrebbero rilevato che, ad una semplice T maiuscola, sarebbe stato aggiunto a posteriori il suffisso “icianus”. 

Non sono un'esperta d'arte, ma ho letto abbastanza per trarre le mie conclusioni. Il Tintoretto entrò a bottega da Tiziano, ma i due non avevano caratteri compatibili e il tirocinio ebbe vita brevissima. La vicenda è stata molto ben raccontata da Melania Mazzucco ne La lunga attesa dell'angelo.

La scelta del nome “Turchetto”, la cui assonanza con Tintoretto è abbastanza evidente, mi fa pensare che Metin Arditi sia giunto alla mia stessa conclusione. Penso anche che abbia letto il romanzo della Mazzucco, perchè me l'ha ricordato moltissimo, soprattutto a livello di “canovaccio”. Arditi incorre inoltre in un grossolano errore, attribuendo l'affresco di un soffitto al Tiepolo, grandissimo artista veneziano, che però nascerà solo nel 1697, mentre il romanzo è ambientato nella metà del Cinquecento. Mi sembra davvero incredibile che un uomo della sua levatura: laurea in fisica nucleare a Ginevra e in economia a Stanford, presidente dell'orchestra svizzera Romanda, ambasciatore dell'Unesco per la Svizzera, direttore dell'atelier di scrittura ad Harvard abbia commesso un simile scivolone. È proprio vero che solo chi non fa nulla non sbaglia mai! 

Abbastanza interessante è il risvolto religioso, argomento spesso trattato dall'autore, naturalizzato svizzero, ma di origine turca. Anche il Turchetto è di origine ottomana, ma di religione ebrea. A Costantinopoli, sua città natale, il piccolo Elija è costretto a nascondere il suo talento per il disegno, poichè  sia l'islam che l'ebraismo sono concordi nel condannare le rappresentazioni figurative, consentendo solo la riproduzione dei testi sacri. Alla prima occasione il ragazzino scappa a Venezia, dove si spaccia per cristiano cattolico per poter esercitare il suo talento. A questo proposito la scelta del nome Turchetto da parte di Metin Arditi potrebbe avere anche un'altra spiegazione. In passato, infatti,  venivano chiamati così i bambini non ancora battezzati. 

Ovviamente il segreto non resterà tale e questo sarebbe il motivo per cui il ricordo di questo fantomatico pittore si è perso nel tempo.

Oltre all'intolleranza religiosa l'autore sfiora anche un altro tema scottante, quello dell'omosessualità sia maschile che femminile. Se la prima, soprattutto in ambito ecclesiastico, non è una novità, raramente si trovano accenni a quella femminile. In realtà è del tutto plausibile che l'ambiente dell'harem, al pari di quello della Chiesa, non fosse immune dal fenomeno. 

Nonostante l'argomento artistico, che trovo sempre affascinate, e gli interessanti spunti di riflessione nel complesso il romanzo non mi ha entusiasmato. La narrazione è fredda, i personaggi creano poca empatia. Può essere un “buon prodotto” a livello commerciale, ma gli manca l'anima. Nessun paragone è possibile con La lunga attesa dell'angelo della Mazzucco..

A cura di Claudia Peduzzi


Il Turchetto di Metin Arditi, Neri Pozza, 256 pagg, 16,50 euro


Voto: 7\10



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