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17 gennaio 2014

Non vorremmo anche noi, spesso, essere Altrove?


Non è il primo autore di origine ebrea che leggo, soprattutto da quando ho iniziato ad interessarmi di Kabbalah, ma finora mi erano sempre capitati romanzi (ed anche molti film) mediati dalla cultura occidentale-americana: Marek Halter, Jonathan Tropper, Woddy Allen, i fratelli Cohen …I loro prodotti sono probabilmente più appetibili, dal punto di vista commerciale, per il nostro mercato. Rabinovici, invece, è un ebreo-austriaco dalla formazione culturale più ortodossa, ma, proprio per questo, ha della società ebraica una visione meno idilliaca. 

Quando Ethan, il protagonista, atterra a Tel Aviv, sua città natale, la sua prima, istintiva sensazione è:

 “Ecco ero proprio a casa; quel luogo gli era così familiare e, al tempo stesso, così estraneo, che provò un forte desiderio di ripartire all'istante.”

Il ritorno a casa di Ethan, uno scrittore e professore universitario con incarico temporaneo presso l'università di Vienna, è motivato dalle condizioni di salute del padre, afflitto da una grave patologia renale. Rabinovici descrive la famiglia ebrea utilizzando i classici jüdischer Witz (le famose, autoironiche storielle ebraiche), che, tra l’altro, fanno sembrare i genitori italiani dei rammolliti. 

“Sai la differenza tra un rottweiler e mio padre?” “Prima o poi il rottweiler ti lascia andare”, replicò Ethan.
“È quello che si dice delle yidishe mames”
“Appunto. Mio padre è la mamma di tutte le yidishe mames. Mia madre, invece, è il comandante di una divisione corazzata israeliana.”

Come non simpatizzare con Ethan, combattuto tra il desiderio di essere vicino al padre, ma che, nello stesso tempo vorrebbe essere “Altrove”! “La sua ironia celava insicurezza, una fragilità dovuta alla paura e una paura di mostrare fragilità”.

Ma per Rabinovici Altrove ha anche un altro, più profondo, significato. Il rabbino - un personaggio simpaticissimo, animato da una fede talmente profonda da sfiorare la psicosi - racconta ad Ethan di essere sfuggito ai rastrellamenti, perchè si trovava Altrove, nel bosco. Questa consapevolezza l'ha trasformato in un sopravvissuto, al pari del superstite di un grave incidente. Da questa esperienza il rabbino ha mutuato la sua prova dell'esistenza di Dio: L'esistenza di Dio non è mai stata così palese come nel momento in cui Egli non si è manifestato, in cui Egli è mancato. Quando non esiste una spiegazione logica, siamo costretti a riconoscere che c'è qualche cosa al di là del nostro intelletto. 

Altrove è un romanzo complesso, per il quale sono possibili diversi livelli di lettura e di comprensione. Ci si può limitare alla superficie, divertendosi come guardando un film di Woody Allen, oppure cercare di scendere più in profondità. L’autore, classe 1961, non ha vissuto direttamente l'olocausto, ma appartiene alla generazione dei figli dei “sopravvissuti”, combattutti tra il desiderio di dimenticare e la necessità di raccontare. In Altrove la tematica della verità storica s'intreccia con la ricerca del protagonista della propria identità, in quanto Rabinovici sostiene che “chi va alla ricerca delle radici ebraiche s'imbatte nelle cicatrici, nelle amputazioni”. 

Questo tema è ben esemplificato nel film “Ogni cosa è illuminata” di  Liev Schreiber (adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer) e vale per ognuno di noi, indipendentemente dalla confessione professata:

Ogni cosa è illuminata dalla luce del passato e cammina sempre in fianco a noi. 

A cura di Claudia Peduzzi


Altrove di Doron Rabinovici, Giuntina, 231 pagg, 15 euro

Voto 10/10


Il libro è stato inviato alla redazione dall'ufficio stampa della casa editrice.



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