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5 dicembre 2013

POLANSKI NON HA NULLA DA PERDERE


Parlare di quelle che il grande pubblico chiama “questioni scottanti” non solo è segno di coraggio, ma nel caso di Polanski è evidente che si tratta di bilanci di vita, fatti con gusto, spessore, passione, coraggio, e con naturale e coerente tensione alla fine delle cose. Ecco non vorrei che peste riesca a coglierlo, ma se fosse, avrebbe vissuto dicendo esattamente quanto non buono e meraviglioso rimane l’uomo. 

Il suo ultimo film Venere in pelliccia nasconde tanti rischi di interpretazione, neanche troppo accurata. Questo perché adesso è facile essere considerati sconvolgentemente intelligenti se si parla di un porno come il miglior film dell’anno e di un capolavoro come il primo film più vergognoso della storia: abbiamo tutti voglia di avere coraggio, ma il coraggio, a parer mio, è esattamente altro.


Venere in pelliccia, non direttamente ispirato al romanzo omonimo di Leopold Von Sacher-Masoch, ma nato attraverso l’adattamento di Brodway di David Ives, e presentato al Festival di Cannes, è un film per chi non ha per niente voglia di scandalizzarsi, di inorridire di fronte alle presunte lotte sociali e di classe, è un film che per le successive ore in cui l’hai visto devi chiederti quanto hai peccato a pensarti diverso da almeno una delle balorde sfumature di uomo o donna che ne vengono fuori. Dall’inizio alla fine c’è esattamente la descrizione di una crisi nel senso greco di “separare”, “discernere”, e poi, ma solo poi, “giudicare”, e per certi versi, sembra esattamente una tragedia greca ma non solo perché si è sulla scena. Gli attori dialogano come è proprio del parlare significativo tra due persone: Emmanuelle Seigner realmente moglie di Polanski,  e Mathieu Amalric

Lei come personaggio è un’attrice mal messa che supplicherà l’autore e regista dell’adattamento teatrale per interpretare il ruolo di Vanda, protagonista femminile alla quale l’uomo della storia si inginocchierà come servitore sadomasochista. Non sarà difficile per Vanda riuscire nel gioco seduttivo e intrigante con cui finemente irretirà il suo uomo, e non sarà facile per il personaggio maschile negare di trovarsi esattamente all’interno della sua propria psiche. 

C’è abbandono durante i 90 minuti di Venere in pelliccia, lotta di classe, lotta sociale che si sedimenta nell’anima ed è visibile nel corpo, c’è lotta interiore del non detto, del palese, dell’incerto, c’è lotta tra sessi anche quelli che abitano indissolubilmente ognuno di noi. 


C’è accenno all’omosessualità nel film, ma io più che altro la vedo come un richiamo all’alienazione da se stessi, alla non accettazione della propria immensità e purezza quella delle cose “come sono” e non “come appaiono”, un richiamo a tutte quelle cose per cui vorremmo punirci e che finiamo con l’imprigionare solo perché poco degne di quello che abbiamo costruito. Non parlo di moralità, ma di poca consapevolezza della, prima e più saggia definizione che Aristotele diede di noi: animali razionali, ma pur sempre animali, aggiungo io. Che non me ne voglia Aristotele insieme a nessuno di voi.


“E Dio lo colpì e lo mise nelle mani di una donna”. Ci sarebbe da aprire un mondo attorno a questa frase posta sia all’inizio sia alla fine nell’unità di luogo, e probabilmente ogni mia personale interpretazione sarebbe banalmente sbagliata o pretenziosa. 

Ma non posso che dire la mia: il cactus fallico che domina a tratti timidamente la scena, non poteva essere in nessun modo una vagina: l’emblema del nostro essere non si trova mai in quello che alla fine riusciamo ad accogliere ma in ciò che per tutta una vita cerchiamo di sconfiggere, e di penetrare ferocemente.  


Non avrò per questo 5 punti per Grifondoro, ma così sia.

A cura di Martina Rosella

Consigli per la lettura:


Venere in pelliccia adattamento di David Ives, Bur, 93 pagg, 9 euro


Venere in pelliccia di Leopold Von Sacher-Masoch, Oscar Mondadori, 105 pagg, 8,90 euro




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