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19 dicembre 2013

IL CALZOLAIO SCALZO




Un proverbio dalle mie parti (ma credo che esista in altre zone d'Italia) dice che è assurdo che un calzolaio vada in giro scalzo. L'Italia, per me, è come quel calzolaio.

È inutile che ci raccontiamo storie: dal crollo dell'Impero Romano siamo sempre stati uno stato (o un agglomerato di stati) a sovranità limitata, possiamo considerarci una potenza industriale solo perché c'è chi sta peggio di noi e ogni tanto un colpo di ingegno rilancia il made in Italy e la nostra economia è sempre più disastrata. Eppure c'è una cosa che in Italia trabocca praticamente ovunque e non sto parlando di buona cucina, ma di cultura.

Se da un lato è vero che molte comunità si fanno in quattro per dichiarare monumento storico qualsiasi mucchio di pietre, dall'altro è innegabile che alcune, non certo poche, delle opere d'arte più belle al mondo si trovano in Italia. Ad oggi in tutto il mondo è l'italiano la lingua della musica, una lingua così bella e ricca da permettere la creazione di opere letterarie meravigliose. E non credo che nel mondo esistano altre nazioni che possono vantare una così ricca varietà di tradizioni.

Eppure secondo le ultime statistiche l'Italia è all'ultimo posto nella classifica UE delle spese per cultura ed istruzione, meno della tecnicamente, ma non nominalmente fallita Grecia. Ora, tenendo ben presente che si tratta di dati percentualizzati sul P.I.L., quindi meritevoli di alcuni approfondimenti e precisazioni, mi sembra comunque assurdo che quella che potrebbe essere una risorsa di prim'ordine sia relegata al ruolo di cenerentola della nostra economia.

Per fortuna ogni tanto qualcuno si sveglia e, per reale interesse o per convenienza, si sforza di dare un contentino a quei pochi (mi duole ammetterlo, ma non sono molti) che ci tengono. Io per esempio penso che i soldi che la RAI spende per mettere l'Antonella Clerici di turno ai fornelli sarebbero meglio spesi in mille altri modi, ma questa è una mia opinione personale.

Scrivo questo perché è notizia recentissima che il Ministro per i Beni e le Attività Culturali, in accordo col Ministero per lo Sviluppo Economico è riuscito a far approvare nel pacchetto “Destinazione Italia” (lo stesso che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti) degli sgravi fiscali per l'acquisto di libri. Nel dettaglio, sarà possibile detrarre il 19% delle spese documentabili (conservate scontrini e fatture, quindi) in pubblicazioni dotate di codice ISBN, per un massimo di duemila euro, ripartiti in mille euro di testi scolastici/universitari e mille per gli altri testi. Tutto questo per i prossimi tre anni.

Facendo due conti (basta una proporzione, quindi un'equazione di primo grado), scoprirete che per godere a pieno dello sgravio, dovete spendere qualcosa come diecimilacinquecento euro in libri, cosa che mi sembra davvero difficile, ma, se non altro è un inizio.


Tuttavia viene da chiedersi il perché di una colossale svista (sempre che sia tale) dell'Esecutivo, che in questo suo slancio pro-cultura ha completamente dimenticato (o volutamente ignorato?) l'editoria digitale, la sola che in un mercato in continua recessione dà un po' di ossigeno al settore.

Si potrebbe pensare ad una manovra protezionistica a vantaggio delle librerie tradizionali, fatto sta che, dopo diverse polemiche sull'argomento, è stato annunciato quantomeno un adeguamento dell'IVA sui libri elettronici, che attualmente prevedono un'imposta al 22% contro il 4% delle edizioni cartacee.

In un paese in cui le librerie chiudono, le case editrici arrancano e i giornali falliscono forse non sarà sufficiente, ma da qualche parte bisogna pur cominciare e, siamo realisti, con la crisi attuale è difficile trovare fondi per qualcosa di più.

Nel caso, nel mio piccolo vorrei suggerire ai vari organi politici, enti di controllo e affini di verificare quanto costa la produzione di un volume cartaceo, perché, se fino all'adozione della Legge Levi colossi dell'e-commerce potevano permettersi di applicare sconti del 55% sui volumi in vendita, mi viene da pensare che alcune case editrici possano venderli al 45% del loro prezzo di copertina, continuando a guadagnarci.

Ecco, cominciamo da lì. Cominciamo col chiederci perché un libro che costa dieci euro è considerato un affare, come se quei dieci euro non fossero quasi il doppio di quello che spendo per pranzare.



A cura di Diego


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