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4 dicembre 2013

Hanno ucciso la poesia, chi sia stato sì, si sa


“Certo, signor questore, se anche un meccanico col mal di denti ha scritto versi in vita sua, non c’è salvezza…”. Qualcosa da controbattere? Soltanto una riflessione, sottesa a come non mi capaciti del fatto che un romanzo di tale fattura non sia ai vertici delle classifiche o tra i pluripremiati della letteratura - quantomeno - italiana. Delitto a Villa Ada (Voland) è il secondo libro in prosa dopo Il corridoio di legno (che si meritò la finale del “Premio Strega”) di Giorgio Manacorda

Germanista, poeta, scrittore, giornalista, pittore e protagonista del suo stesso romanzo, perché “c’è n’inflazione de poeti a villa Ada”! Lui stesso, infatti, nel parco romano va a correre, dove “i poeti o tacciono o parlano troppo”. Cita lui stesso e sempre lui finisce anche per essere ammazzato. “Come diceva Sperandio citando il Manacorda, chi l’ha detto che la poesia non sia ‘primitiva’, addirittura barbarica? È la più sofisticata e rarefatta arte della parola o, invece, non è che la sublimazione (e quindi la più pericolosa rimozione) di una inaudita oscura incontrollabile violenza ancestrale? Se quel velo di carta e parole si lacera, cosa succede?”.

Ogni giallo che si rispetti ha il suo omicidio indecifrabile e qui assassinato è Vasco Sprache, ovvero un clochard che appende versi sui rami degli alberi. Ma Sprache in tedesco è anche La Lingua. Insomma, gli inquirenti devono indagare sull’assassinio della Poesia. “L’oro della poesia! Che se c’è una cosa che non dà oro è la poesia, e non c’è una montagna d’oro che basti a comprare il talento necessario per scrivere una poesia che sia poesia, una sola. Il talento. La mancanza di talento per i poeti significa non avere una lingua per la poesia: La Lingua”. E la fantomatica macchina da scrivere d’oro che compone versi indelebili?

Interrogatori a tappeto, verità incontrovertibili degli indiziati dal commissario Sperandio: “Capisce che mi è successo: mi sono sposata un militare. Ma proprio a me doveva capitare! Lui ha sempre qualche missione da compiere, va in giro per il mondo a salvare il mondo! La mia missione è fare la spesa, lavare per terra, mandare la lavatrice, pulire il cesso, stirare le sue camicie, chissà se salvo il mondo pure io (…)”. 

Tra un indizio e l’altro si scopre la verità: “Vede, vede com’è pericoloso il modo di pensare dei poeti: loro avvicinano le immagini, i concetti, le idee senza prima passarle al vaglio della ragione…”. Ma alla fine il colpevole si trova? Forse, in fondo “la poesia nasce da pratiche sciamaniche, o comunque da canti, lamentazioni funebri, magie”.

Ma qual è l’identikit di un poeta/assassino? “Una volta, volevo vedere, così mi sono avvicinato alla sua dimora - non dicono così i poeti: dimora invece di casa?”. Eppure statene certi: “Finiti i poeti, finiti gli omicidi”. “Mi stai dicendo che hai ammazzato due poeti per aiutare la poesia?”.  “Ma che ne so io d’a poesia! Se magna?”. A questo punto, come dargli torto. Sull’ammazzare la poesia, mica sull'apporto proteico di un verso.

A cura di Simone di Biasio



Delitto a Villa Ada di Giorgio Manacorda, Voland, 137 pagg, 14 euro







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