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12 novembre 2013

Resushitati: ricordo o invito? Versi take away del nostro tempo


La poesia, dopo un primo decennio trascorso nel nuovo millennio, sembra ancora essere ferma. Sembra che la poesia non abbia ancora trovato una giusta strada, e che i tentativi di scuoterla, di adeguarla al mondo sociale non siano riusciti dopotutto ad aggiungere nulla ad un lungo sonno. Parlo del lungo sonno in cui è caduta negli anni Novanta e che non si è mai veramente interrotto, e i brevi sussulti notturni, ora della lirica, ora del mondo attorno, sono apparsi solo per salutare qualche anima più o meno cara”. 

Eccoti qua, ancora a una volta, a correre sul campo con le linee di gesso bianco. Le righe che hai appena letto sono state appuntate da Paolo Rigo, che più che dirigersi verso l’atto costituito della prefazione fa una puntigliosa analisi della poetica che bagna le pagine. Dice: “La conosci la favola, quella della Bella addormentata nel bosco?”. Ecco, la poesia è bella e addormentata. Non nel bosco, forse. Ma allo Stop stradale prima dell’avvio del semaforo. 

Eppure, con la poesia facciamo conti buoni e virtuali ogni giorno (vedi twitter, vedi facebook). Il problema, forse, sta che il poeta non sa di aver scritto una poesia, o, peggio, non ha scritto una poesia e si presenta come poeta. Il gioco delle parti è scomodo, come qualsiasi gioco diretto da regole forti: ma non sono qui per questo: sono qui per parlare della poetica reale, la poetica della corsa. Del cuore. 

Cardiopoetica, appunto, il giovane collettivo composto da Mariano Macale, Fabio Appetito e Marco De Cave (che, per comprenderci nei tempi, chiamerò Mac, App, Cav). Tre ragazzi di Cori (Latina) che hanno scelto di fare della poesia un chewingum non cadente, incollato su pali e parchi della pianura pontina e della capitale Roma per ricordare a tutti che quest’arte sarà pure addormentata, ma vive. Tre ragazzi a darsi sei mani, tre penne e un taccuino solo col motto mai morto dell’unione che fa la forza. Resushitati è il titolo del libro (non il primo) edito da Il Foglio. Resushitati, appunto, un ricordo o un invito?: “Per non perdere la priorità acquisita / si prega di attendere / la resurrezione dei vivi./ Essi verranno e svenderanno pacchetti / tetris / a prezzi bassi per lasciare incastrare / le vite nei versi e nelle rime / insegnate nella cattedrale Scuola.” 

Che t’hanno insegnato a scuola? Te lo chiederai almeno una volta al dì. E non saprai risponderti. Perché la cattedrale è una Scuola con la maiuscola o la scuola è una cattedrale fin troppo cupa per essere luogo di insegnamento e luce.   

E ancora, in “Supermarket 2013”, poesia dell’anno attuale: “Serviamo il numero 57 / Desidera? / Desidero: un cono tre gusti. / E poi desidero desinenze migliori di quelle / imparate a scuola, / desidero che alcune promesse siano mantenute / e che le disillusioni cadano”. 

Desideri tuoi, desideri di tutti che appaiono in questi versi scritti da Mac. Desideri a lume di candela che volevano essere imparati. 

Potrei andare avanti per due giorni a riportare versi da questo libro scritti pure da App e Cav. Ma per ragioni di spazio e modi corretti mi fermo al take away, pago e metto in libreria. Non prima, però, di raccogliere due finali d’accento; 

Resushitàti: il ricordo della poesia che non è morta

Resùshitati: l’invito a non morire mai 
Che tu, lettore, abbi in preghiera la scelta. Amen. 

A cura di Daniele Campanari, leggetelo anche sul suo blog


Resushitati di Mariano Macale, Fabio Appetito e Marco De Cave, Il Foglio, 100 pagg, 10 euro




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