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18 novembre 2013

Masterpiece, la tivvù e il talento letterario che non si vede




Bisogna essere onesti: Masterpiece l’avevo già visto prima di ieri. Come dici? È impossibile perché quella di ieri era la prima puntata trasmessa in tivvù? No, aspetta: non ci siamo capiti. 

Accantonando per un attimo, per un solo attimo sul Grande Raccordo Anulare i contenuti della trasmissione, proviamo a concentrare l’attenzione sul modus operandi del format. Tre giudici, Andrea De Carlo, Giancarlo De Cataldo, e Taye Selasi ricevono gli aspiranti scrittori, giunti alla seconda fase, e i propri romanzi scelti tra i cinquemila posti a visione. I volontari della penna arrivano nel poco illuminato luogo scelto per le riprese e vengono accolti dal coach Massimo Coppola, il cui ruolo è quello di motivatore con frasi fatte. Un po’ come Francesco Facchinetti in X-Factor, insomma. 

Il primo aspirante ad apparire sullo schermo è Daniel Agami, un giovane riccioluto che alla notizia del passaggio del turno se ne va saltellando come un hobbit con le buste della spesa. Per l’hobbit, però, non ci sarà seguito perché eliminato al turno successivo.

 Il turno: come lo si passa? Bastano due Sì su tre. E la formula è la stessa vista in X-Factor: per me è sì / per me è no. Oppure in Miss Italia: per te Masterpiece finisce. E così si va avanti ad analizzare i casi umani di Romina l’operaia, Marta col passato da anoressica, Lilith il perdente col nome di donna e Antonio il disoccupato di Palermo con una lunga esperienza in carcere. 

Insomma, a inizio puntata si sbattono sullo schermo le storie di vita, quelle che secondo il commercio televisivo attirano pubblico. Come? Dici che magari ci si poteva concentrare davvero sul talento letterario? Impossibile, perché la letteratura non fa ascolti. E in tivvù, per campare, bisogna essere visti. E allora, dico: perché produrre un talent show sulla letteratura quando di letteratura si parla pochissimo? 

Il momento più alto della trasmissione è stato quando il coach Morgan… ehm, pardon: il coach De Carlo straccia le lettere, prima prova in trenta minuti, scritte da Antonio e Marta. Una protesta teatrale verso il contenuto di quegli scritti giudicati “da schifo”. 

Marta, la concorrente, lamenta i tempi, lo spazio ricco di occhi osservatori. E lei non è abituata a scrivere sotto osservazione perché (qua arriva il talento di pensiero) “la scrittura è come la pipì: sono abituata a farla da sola”. Di risposta, l’autore di Romanzo Criminale, il Magistrato Giancarlo De Cataldo dice che “bisogna abituarsi a scrivere con la pistola puntata alla tempia”

Un pensiero scomodo. Ma si va avanti. I quattro selezionati vengono divisi e condotti nei luoghi dove dovranno trovare l’ispirazione per affrontare la seconda prova: un centro di accoglienza e una balera. Qui arriva l’intervento mai discusso delle telecamere che riprendono, per finzione, momenti di vita quotidiana. Ma si va avanti. Fino alla selezione finale, quella in cui i due concorrenti giunti all’atto conclusivo dovranno convincere la temibile Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale della casa editrice Bompiani, a pubblicare il romanzo presentato. Come faranno a convincerla? 

Semplice, raccontando la trama in cinquantanove secondi, il tempo che impiega l’ascensore per salire verso un percorso stabilito. E allora, dico: si può convincere un editore in cinquantanove secondi a pubblicare il proprio romanzo? No, nella vita vera non si può. La puntata la vince Lilith, il ragazzo con nome di donna, col suo romanzo titolato “Russian Roulette”, di decantata ispirazione John Fante con qualche “cazzo” a pesare tra le pagine. 


Fin qui, parliamoci chiaro, la letteratura non s’è vista. Piuttosto, sono stati mossi al giudizio i soliti noti casi di vita comune che tanto fanno bene agli ascolti, e quindi alle tasche della tivvù. Ecco, Masterpiece è un prodotto commerciale in onda sulla terza rete pubblica in seconda serata. E la letteratura, cari miei, non s’è vista. 

Neanche stavolta. E chi se l’aspettava? Uno, nessuno o centomila come le copie che verranno stampate da Bompiani per l’unico vincitore che parteciperanno alla finalissima? E la letteratura non s’è vista. Continuiamo a chiederci perché in Italia il numero dei lettori è uguale e contrario agli uomini che scendono su un campo di calcio moltiplicato per un numero che va da quattro a cinque, mentre il numero degli aspiranti scrittori cresce ai livelli dello spread. Chiediamocelo, ancora una volta, in attesa della prossima puntata.

A cura di Daniele Campanari

3 commenti:

Clara Raimondi ha detto...

Non ho visto la prima puntata ma da quello che ho letto i pareri, come al solito, sono discordanti. Si rende necessaria la presenza di un editor e di leggere i manoscritti degli autori in gara? Fatemi sapere voi che l'avete visto!

Clara Raimondi ha detto...

Pare che De Caro auspichi la maggiore visibilità per i testi più che per gli autori http://www.affaritaliani.it/libri-editori/

Anonimo ha detto...

Attendo di vedere magari qualche altra puntata per dare un giudizio definitivo, ma in generale concordo con l'articolo.
Carmen - Bolzano

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