Menu

Reader's Bench Menù PressDisclaimerReaders on tourLibri e...MagazineServiziRecensioniClickContattiChi Siamo Homepage

28 novembre 2013

LA POESIA NON SI TRATTA COSI'

Lo scorso weekend a Milano si è tenuto BookCity, ci sei stato?
Morire una sera a Milano, sì, in pochi minuti. Ecco non avrei voluto. Ma non è solo per il fatto che non è bello pensare di venir meno già in generale, ma anche e soprattutto perché morire non serve sempre. 

A Milano durante Book City non c’ero stata e visto che mi sarei trovata a capitarci quasi per caso, perché lasciarmi sfuggire l’occasione? Un’esperienza anche negativa è sempre un’esperienza senza la quale ci sentiremmo diversi. Ma cominciamo dall’inizio come nelle migliori tradizioni.

Sto per andare a Milano, mi guardo il programma, seleziono, vengo colpita da un evento nella sezione poesia  “Due ragazze americane: la poesia di Sylvia Plath e Anne Sexton.”, bene, ci andrò! Allora cerco la via e il luogo dell’evento, vado. L’orario non è dei migliori, il classico né carne né pesce visto che è proprio prossimo all’ora di cena e quindi se l’evento sarà bellissimo non sentirò la fame altrimenti sarà il mio unico pensiero. 

La conferenza è all’interno di un palazzo, bisogna suonare il campanello. Suono, aprono. Il palazzo è bello, il cortile interno anche di più, tanto che cerco di immaginare gli odori provenienti dalle case, magari mentre qualcuno prepara da mangiare. Piove leggermente ma sono in anticipo e devo entrare se non voglio bagnarmi. 

Per fortuna non sono sola (con me mia sorella e il mio migliore amico): una signora che per rispetto definirò matura ci dice di accomodarci, anzi, l’aiutiamo a mettere in fila le sedie dell’Ikea che contribuiscono a farmi sentire a mio agio visto che sono dello stesso modello di quelle che avevo a casa a Roma  (dettaglio insignificante a cui successivamente mi attaccherò per sentirmi meno male). 

Insomma la signora, guidata dalle domande del piccolo e anziano pubblico comincia a inquadrare le due poetesse. La sua voce è rassicurante ma quello che dice molto meno: le due poete (sostantivo che lei stessa ripeterà spesso, che denota tanto femminismo ma che per quanto mi riguarda dimostra invece quanto maschiliste siamo noi donne a volte) sono morte suicide, e perché? chiede qualcuno ingenuamente, per una serie di problematiche profonde che le attanaglieranno nel corso della loro vita, risponde la donna matura. Mi guardo intorno, il pubblico è perso, ma non perché i discorsi siano difficili da seguire. Sembrano tutti lì perché quella sera non hanno di meglio da fare a seconda di quanto sta su nella nostra scala di gradimento ascoltare in alternativa Radio3.

Un tizio strambo in mezzo al pubblico è particolarmente attento, si dispiace per il suicidio e per il fatto che probabilmente poteva esser peccato amare dei versi di due persone che poco hanno amato la vita. Tutto mi sembra allucinante. Io non amo la poesia, la poesia semplicemente è parte di me e quella sera si apprestava a morire attaccata alle viscere come un rododendro e appassita miseramente sola come la cugina depressa della ginestra di Leopardi. Insomma, a quel punto non ne posso più e ce ne andiamo. 


Ero triste per aver sentito la poesia trattata in quel modo, senza neanche la minima consapevolezza di averlo fatto. Ero triste per aver lasciato le sedie modello Lack , ero triste per non aver avuto la prontezza di fermare quella ragazza che mentre noi uscivamo, entrava di corsa, leggera come la poesia.

A cura di Martina Rosella




0 commenti:

Posta un commento

Lascia un commento!