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6 novembre 2013

EDUCAZIONE SIBERIANA di Nicolai Lilin


Si è appena conclusa la seconda edizione milanese di Writers (sì sono appena trascorse un paio di settimane e sembrano secoli) dove l’anno scorso avevo intravisto Nicolai Lilin, che, lo ammetto, all’epoca non avevo la più pallida idea di chi fosse.

Ora, il bello della letteratura è che un libro contiene delle indicazioni che portano ad un altro in una spirale di conoscenza infinita e, ancora più interessante, è il fatto che i libri sembrano possedere una magica forza di attrazione, che li conduce al lettore giusto al momento giusto.

Solo in questo modo riesco a spiegarmi come mai, dopo Protocollo Cremlino di Marek Halter (uno dei miei autori preferiti e il primo che ho recensito per RB), mi sia trovata tra le mani Educazione Siberiana. Due titoli acquistati in tempi diversi, del tutto indipendentemente uno dall'altro, senza il minimo sospetto che potessero essere così intimamente legati. In realtà non condividono null'altro che la taiga siberiana, ma la coincidenza temporale che li ha condotti a me è stata stupefacente. 

In realtà la Siberia non è la regione dell'URSS in cui si svolgono i fatti e l'autore è stato accusato da molti storici ed esperti di essersi inventato tutto. Tuttavia - come ho dedotto dalla lettura del libro di Halter - Stalin era un sadico pazzo maniaco, per cui, se quando voleva essere magnanimo mandava i suoi nemici in Siberia (mentre se era proprio arrabbiato non sopravvivevano abbastanza a lungo per essere esiliati), non mi sembra impossibile che, per punire dei siberiani che nel loro paese si trovavano abbastanza bene, possa aver escogitato di spostarli altrove, scegliendo ad esempio la Transnistria (attuale Moldavia). È altresì possibile che la comunità siberiana abbia di conseguenza cercato di mantenersi unita e, come tutti gli esuli, di proteggere il più a lungo possibile le proprie tradizioni.

A rigor di logica Educazione Siberiana non è un romanzo, bensì una raccolta di episodi, che Lilin afferma essere autobiografici. Anche qui molti critici, ed io con loro, hanno avanzato seri dubbi. Personalmente mi auguro che l'autore abbia mentito e che solo una minima parte dei fatti narrati gli sia capitata personalmente. Il percorso “educativo” di cui parla il titolo è infatti finalizzato a formare un “criminale onesto”. Nonostante ciò, ammetto che mi sono trovata a sottolineare e condividere più di un passaggio. È paradossale, ma se ciò che Lilin racconta fosse vero i criminali siberiani avevano molto più buon senso della persone “normali” e alla fine è quasi un peccato che “gente onesta” così non ce ne sia più.


Molti mezzi mediante i quali i giovani occidentali esprimono oggi il proprio disagio provengono da questo mondo criminale, ma poiché essi ne ignorano il codice espressivo sopravvive solo la componente vandalica. A detta di Lilin la comunità criminale da cui lui proviene vietava di marchiare il territorio per mezzo dei graffiti, ritenendolo un sistema maleducato. La propria presenza va dimostrata con il buon esempio, facendo capire alla gente che, in qualsiasi occasione, si può contare sul sostegno degli altri membri della Koška. 

Interessantissima è la parte relativa ai tatuaggi, che Lilin ha approfondito nel suo ultimo libro intitolato Storie sulla pelle. Nella comunità criminale essi corrispondevano alla carta d'identità e permettevano, ovviamente a chi li sapeva leggere, d'identificare subito la posizione criminale degli estranei. Una funzione molto utile in carcere luogo da cui, prima o poi, tutti dovevano passare. La tradizione del tatuaggio, che Lilin fa risalire agli Urca (tribù sulla cui esistenza gli storici non sono d'accordo) è stata poi copiata da altre comunità, le quali, tuttavia, ignorando l'antico codice interpretativo, vengono subito smascherate. Un vero siberiano poteva “soffrire” il primo tatuaggio -fatto rigorosamente a mano usando delle speciali bacchette – a partire dai dodici anni e solo dopo aver vissuto particolari esperienze (da qui il termine soffrire). Questa specie di “diario di vita” seguiva quindi uno schema che, partendo dalle estremità, mani e piedi, proseguiva a spirale fino ad arrivare (se il soggetto viveva abbastanza a lungo) al centro del corpo. Alcuni disegni particolari costituivano una firma con funzione di lasciapassare all'interno della comunità criminale. Il tatuatore (detto Kol'šik, pungitore) era una figura sacra, alla quale era vietato partecipare a qualsiasi attività criminale. Tuttavia, poichè la pratica del tatuaggio in URSS era illegale, passava comunque la maggior parte del suo tempo in prigione, dove del resto si trovava anche la sua clientela

Il concetto di onestà descritto da Lilin era sicuramente alternativo, però non si può dire che non venisse praticato come stile di vita, sulla base della più completa semplicità ed umiltà. Il denaro serviva per vivere, oltre che per comprare armi, i “ferri del mestiere”. Unica concessione al superfluo: le icone ortodosse. Per il resto niente gioielli, macchine o vestiti di lusso. Pur non riconoscendo nessuna forza politica - i siberiani hanno sempre combattuto qualsiasi forma di potere rispettando solo le loro leggi - il principio del “non esiste niente a questo mondo che non possa essere condiviso in modo da accontentare tutti” spiega come mai il comunismo sia nato proprio in Unione Sovietica. I ricchi venivano definiti upiri, nome mitologico che identifica delle creature che vivono nelle paludi e nei boschi e che si nutrono di sangue umano. Europei e americani erano disprezzati e accusati di aver corrotto la moralità introducendo uno schema piramidale, alla cui sommità si trova il Dio denaro, in contrasto al sistema siberiano paragonabile ad una rete, dove tutti sono legati tra loro e nessuno ha potere personale, ognuno fa la sua parte nell'interesse comune. La comunità era particolarmente attenta a difendere le categorie più deboli, non tanto i bambini, che dovevano imparare presto a cavarsela da soli, quanto i disabili, i malati mentali e le persone anziane, alle quali andava portato il massimo rispetto. 

Un altro principio interessante della morale siberiana afferma che tutti gli uomini nascono felici, però si autoconvincono che la felicità è qualcosa da trovare nella vita, il che li trasforma in un branco di animali senza istinto, che seguono idee sbagliate, cercando quello che hanno già. 


Il motivo per cui Lilin è stato da molti accusato di essere un millantatore risiede probabilmente nel fatto che è nato nel 1980 e a noi sembra pertanto impossibile che quella di cui parla sia stata la SUA infanzia. Come ho detto all'inizio io lo spero per lui, ma non dimentichiamo che il muro di Berlino è caduto solo nel 1989 quindi la Moldavia, ex Transnistria, che ha proclamato la sua indipendenza nel 1990 senza che per altro nessuno la riconoscesse come Stato, poteva benissimo essere come la descrive l'autore. Non c'è dubbio sul fatto che mi procurerò il “seguito”, ovvero quella fine di cui Lilin parla nel primo capitolo e che fa parte del suo secondo libro Caduta Libera, in cui racconta della sua esperienza nella guerra in Cecenia. L'ultimo, quello sui tatuaggi pubblicato nel 2012, è il quarto. Non c'è che dire, L'educazione siberiana produce “scrittori” di talento in tutti i sensi (in gergo siberiano scrittore è chi maneggia con perizia il coltello).

Dubito invece che guarderò mai il film che Gabriele Salvatores ha tratto da Educazione Siberiana, l'esperienza mi ha insegnato che non si guarda mai il film DOPO aver letto il libro, al massimo è possibile fare viceversa.

A cura di Claudia Peduzzi


Educazione Siberiana di Nicolai Lilim, Einaudi, 343 pagg, 12,50 euro

VOTO 8\10


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