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16 ottobre 2013

RISCRIVERE BOCCACCIO

Dopo l'uscita del Decamerone di Aldo Busi nel 2004, la Rizzoli ha affidato ad altri scrittori contemporanei la riscrittura di grandi classici della letteratura italiana.
(Nota: il presente articolo potrebbe presentare errori di consecutio, ortografici e grammaticali, nonché abbondanti errori di battitura, si prega di scusare l'autore per le eventuali imprecisioni).

Riscrivere i classici in italiano contemporaneo? Ci pensa la Rizzoli, con una collana apposta. In principio fu Aldo Busi, con la riscrittura del Decameron, ma è già pronta tutta una serie di titoli che spaziano dalla Gerusalemme liberata ai Promessi sposi. 

L'oggetto del contendere è semplice: è lecito tradurre Boccaccio e Manzoni in modo da renderli più accessibili ai lettori di oggi? Grandi stracciamenti di vesti dei puristi, verticali avanzate pop – progressiste degli innovatori a tutti i costi. 

Come spesso accade, dietro le ottime intenzioni di Aldo Busi & co., le cui ragioni sono come sempre interessanti e sane, nel senso che ci costringono a fare i conti con noi stessi e la nostra concezione di letteratura, c'è qualcosa di più prosaico, in tutti i sensi: le ragioni dell'editor. Una frase della responsabile editoriale della Bur, Federica Magro, ci dà una fotografia perfetta del momento: “Mi sono resa conto che il patrimonio letterario è diventato sempre meno appetibile per il mercato.”

Non c'è niente di male a tentare di coniugare cultura e soldi, a patto che la scintilla non nasca dall'esigenza di speculare in termini consumistici sui classici. La ragione non è poi così complicata: le difficoltà di un testo vanno vinte con l'impegno; un testo va espugnato, con difficoltà, costanza, qualche volta con frustrazione, la sana frustrazione che ci riporta con i piedi per terra e ci obbliga a rivedere i parametri del nostro ego. Questa idea che tutto debba essere fruibile per tutti può avere una sua motivazione anche nobile, rendere la cultura accessibile in modo orizzontale, non solo agli addetti ai lavori, ma a che prezzo? 

In che modo può avvenire la crescita del lettore se di fatto anziché indurlo ad avvicinarsi a Dante e Boccaccio si fa l'operazione inversa, ossia si riconducono i classici al nostro tempo, in modo coatto, con rischi continui di anacronismo e dispersione del significante? 

Un testo, e mi ostino a usare questa parola spoglia e neutra, è anche la sua lingua. La verità di Boccaccio è anche nella sua intraducibilità nell'Italia del 2013: non è solo nella storia, che è poco più di un pretesto, lo stadio infantile della letteratura, ma è nel segno, nel marchio a fuoco della lingua che si invera nella sua espressione.

La bellezza di Boccaccio e Dante, per fare due esempi comodi, sta nelle sfumature di suono, nell'ampiezza delle immagini, nell'improvviso di un hapax o nello sconcerto di un etimo impensato. Se distruggiamo questo patrimonio, che è linguistico prima ancora che letterario, dove sta la nostra crescita? La curiosità di fare un po' di collazione, di risalire alle fonti e ampliare il nostro sguardo a collegamenti storici, politici e filosofici (i grandi convitati della letteratura dantesca) che sono possibili solo a partire da un ragionamento nella lingua originale, che sono innervati a quella parola e non ad un'altra, andrebbe perduta. 

E tutto per il mito più falso che gli ultimi vent'anni di cattiva letteratura abbiano saputo produrre: quello della leggibilità. E' buono solo ciò che è nostro simile. E' buono solo ciò che ci assomiglia. Tutto il resto, è contro di noi perché contro la nostra comodità. 

Naturalmente non si tratta di mettere in discussione le traduzioni, che come ho già scritto altrove sono preziose. Dante è stato tradotto ottimamente in inglese, ma si tratta di un'altra questione. E' vero che la lingua di Dante non è più la nostra, ma un conto è renderla disponibile al pubblico anglofono e un conto è negarla a favore della nostra fruizione. Anche Platone è stato tradotto, ma leggerlo con un occhio alla lingua originale non è certo un male, è anzi il bello della faccenda, con la differenza che il greco è ormai perduto per il 99% dei lettori, mentre l'italiano dantesco presenta difficoltà ancora non insormontabili e risolvibili con un po' di buona volontà. 

Dimentichiamo che generazioni di scrittori angolofoni, da Ezra Pound a Thomas Eliot (dantista, tra l'altro), si sono formati sulle opere originali dei padri dell'italiano. Opere che, a differenza dei loro eventuali aggiornamenti, rimarranno. Questo è il punto: il Decameron sarà sempre il Decameron, e non sbiadirà, a differenza dei suoi aggiornamenti, che invece necessiteranno di continue correzioni e nuove versioni, e tutto per stare al passo con la lingua, che è mutevole, capricciosa, in continuo movimento

Vincere lo iato che si allarga tra noi e le nostre origini linguistiche significa fare un viaggio in noi stessi e nella nostra cultura, significa provare a capire qualcosa; abbattere questo steccato nel modo forzoso e un po' artefatto di una cosmesi letteraria non ci rende migliori. Ci può far piacere, ma ci fa rimanere quasi nello stesso punto di prima. Scriviamo un Decameron contemporaneo se vogliamo parlare dell'oggi, ma riscriverlo con una lingua non sua, fatta ad arte per rendercelo più familiare diventa come pasticciare Mozart con la consolle di un dj. 


L'elitarismo, non c'entra. Si tratta di evitare scorciatoie, magari dando la colpa a Boccaccio perché non è abbastanza comprensibile. Ben venga la non comprensione, se ciò significa moltiplicare le proprie facoltà attentive e ricettive, rimettendosi in gioco come esseri pensanti che si muovono nella lingua come in un amnios ancestrale, pronti a cogliere la diversità come un momento di conoscenza. 

A cura di Ariberto Terragni, seguitelo sul suo Quaderno Sepolto



Il Decamerone di Giovanni Boccaccio, riscritto da Aldo Busi per Bur è usciro nel 2004, te lo riproponiamo casomai ne avessi nostalgia ed è, ad oggi, praticamente introvabile.

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