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8 ottobre 2013

OGNI MATTINA A JENIN di Susan Abulhawa


I racconti basati sulle gesta di pazzi-maniaci che, armati con motoseghe o aggeggi similari, si aggirano spargendo quanto più sangue possibile vengono generalmente classificati sotto il genere HORROR. Ma se i pazzi maniaci si organizzano con un esercito e le imprese sono legittimate dalla religione, in questo caso si parla di STORIA. 

Credevo di aver letto ormai ogni sorta di crudeltà prodotta dalla mente umana: a partire dalle invasioni barbariche, passando per l'inquisizione, la Rivoluzione Francese, il nazismo, fino al Vietnam e alla guerra in Bosnia-Erzegowina. Per non parlare degli altri continenti, Sud-America, Africa, Medioriente, ecc. ecc.

Del conflitto israelo-palestinese ammetto conoscevo poco e, consapevole delle persecuzioni che il popolo ebreo ha subito nei secoli, tendevo a parteggiare per Israele, liquidando i palestinesi come “terroristi”.

Una ricerca condotta da un'università americana ha dimostrato che, anche il più mite essere umano, messo in determinate condizioni, può trasformarsi in un  feroce assassino.

Ogni mattina a Jenin copre un'arco di tempo che va dal 1948, anno della proclamazione dello Stato d'Israele, fino a circa il 2003/2005. Seguendo la storia di una “famiglia tipo” l'autrice racconta come siano nati l'OLP e “il terrorismo palestinese”. Dopo aver letto questa terribile storia non parteggio più per nessuno, mai come in questo caso è vero il detto che “la ragione  e il torto non stanno mai da una parte sola”.

Il pregio del romanzo è che la stessa autrice non si schiera da nessuna parte, non giustifica e non giudica. La famiglia che offre come esempio dell'assurdità di questa guerra fratricida annovera anzi un  quasi israeliano. Ismael, il nipote più piccolo del patriarca della famiglia Abuleja, durante l'esodo dalla proprietà di  'Ain Hod nel 1948, viene “rapito” da un soldato israeliano, la cui moglie non può avere figli. Cresciuto come un ebreo con il nome di David, non scoprirà la verità fino a quando il padre, sul letto di morte , non deciderà di “liberarsi la coscienza”. 

È Amal, la sorella della quale ignora l'esistenza, la voce narrante del romanzo. Se si è persa il primo esodo, nel 1948 non era ancora nata,  Amal non sfugge alla seconda deportazione verso il campo profughi di Jenin. Passano pochi anni prima dello scoppio della guerra - nel giugno 1967 - che causerà  la morte del padre Hassan e l'inesorabile scivolamento della madre Dalia verso la follia, ma quelle mattine passate sul terrazzo di copertura dell'abitazione, aspettando l'alba in braccio al padre che le legge le poesie di Abu Hayyan, Khalil Gibran, al-Ma'rrai Rumi, lasciano in Amal un insegnamento indelebile: “Possono portarti via la terra e tutto quello che c'è sopra, ma non potranno mai portarti via quello che sai o le cose che hai studiato.” Amal nel 1967 ha 12 anni ed è la studentessa più brava di Jenin. Due anni dopo muore anche la madre, ormai persa nella sua follia, ma grazie ai suoi buoni voti e all'interessamento dei parenti Amal ha la possibilità di proseguire gli studi a Gerusalemme, in un collegio che è orfanatrofio di notte e accanita istituzione accademica di giorno. Amal non ritiene di avere delle capacità al di sopra della norma, consapevole che la sua applicazione nello studio è nata solo per ottenere l'approvazione del padre, ma proprio ricordandone gli insegnamenti decide che la sua è solo paura e accetta.

La carriera di studentessa modello prosegue facendole guadagnare una borsa di studio per gli Stati Uniti, dove, appena diciottenne, sbarcherà a Filadelfia. Lisa, la figlia della famiglia che la ospiterà in attesa che si trovi un alloggio, è solo di qualche anno più giovane ma, come osserva Amal, “il suo mondo era soffuso di tinte pastello, emotivamente protetto, finanziariamente solido e politicamente irrilevante.” Io, anzi noi, SIAMO LISA, e questa consapevolezza per me è stata come un pugno nello stomaco. 

Otto anni di Pennsylvania riescono quasi a trasformare Amal in Amy, ma quando nel 1981 si reca a Beirut a trovare il fratello Yussef, militante dell'OLP, capisce che non può rinnegare le sue origini. A Beirut s'innamora di Majid, un medico grande amico del fratello. Ma “Pace” è una parola che non fa rima con “Palestinesi”. Quando Amal, che nel frattempo si è sposata e ha trovato lavoro come insegnante, scopre di essere incinta, così come la cognata che ha già anche una bambina di quattro anni, decide di tornare negli USA e chiedere il ricongiungimento con il marito e la famiglia del fratello, che nel frattempo ha dovuto lasciare Beirut e riparare in nordafrica a causa della sua militanza nell'OLP.

Tutti sappiamo com'è la burocrazia occidentale, per noi in genere comporta stress e qualche contrattempo, in altre parti del mondo può fare la differenza “tra la vita e la morte”.
Sara nasce a Filadelfia e cresce convinta che suo padre sia morto in un incidente stradale, mentre  Amal fa suo il principio insegnatole dalla madre Dalia “Qualsiasi cosa senti, tienitela dentro”. 

Ma come detto l'autrice non vuole essere un giudice e riesce quasi a mettere insieme un Happy End. David-Ismail ritroverà Amal, Sara scoprirà la verità sulle sue origini e insieme torneranno ”a casa”. Le bombe e i cecchini non guarderanno i passaporti prima di colpire, ma un'americana, un israeliano e un palestinese potranno infine vivere come fratelli in Pennsylvania.

Nel libro Sara apre un sito internet www.aprilblossom.com, che in realtà corrisponde a http://morningsinjenin.com/. Qui l'autrice, che condivide parte della sua storia personale con il suo personaggio Amal e che, tutt'ora, vive con la figlia a Filadelfia, spiega perchè ha scritto questo libro:
Ho sempre creduto nella potere della letteratura di raggiungere i cuori, potenziare il ragionamento e suscitare sentimenti di umanità, così come ho sempre ammirato gli scrittori che scelgono di raccontare delle storie per cercare di abbattere le barriere tra i popoli


Il mio cuore l'ha toccato, spero capiterà anche a voi, perchè nessuno da solo può fare nulla, se non piangere. Per risvegliare il buon senso comune servono le masse. Auguriamoci di arrivarci, anche se sarà sempre troppo tardi.

A cura di Claudia Peduzzi


Ogni mattina a Jenin (I narratori) di Susan Abulhawa, Feltrinelli, 400 pagg, 9,50 euro





5 commenti:

lino57 ha detto...

Letto il libro e devo ammettere che ho pianto ..pianto...pianto e poi mi sono arrabbiato per la mia ignoranza sulla verità. ..grazie grazie grazie grazie

Anonimo ha detto...

Maledetta ingiustizia. Non ci può essere pace tra gli uomini fino a quando il popolo palestinese non sarà libero.

gera ha detto...

Che dire... la crudeltà e il crimine sono binomi che vanno di pari passo e in questo libro la mente spazia attraverso questi sentimenti. Grazie a Dio ci parla anche di tenerezze e d'amore malgrado l'orrore di cui è circondato. Un sentito ringraziamento a Susan Abulhawa che con molta imparzialità ci ha messo al corrente di ciò che successe e succede tutt'ora in quei paesi martoriati.

gera ha detto...

Che dire... la crudeltà e il crimine sono binomi che vanno di pari passo e in questo libro la mente spazia attraverso questi sentimenti. Grazie a Dio ci parla anche di tenerezze e d'amore malgrado l'orrore di cui è circondato. Un sentito ringraziamento a Susan Abulhawa che con molta imparzialità ci ha messo al corrente di ciò che successe e succede tutt'ora in quei paesi martoriati.

gera ha detto...

Che dire... la crudeltà e il crimine sono binomi che vanno di pari passo e in questo libro la mente spazia attraverso questi sentimenti. Grazie a Dio ci parla anche di tenerezze e d'amore malgrado l'orrore di cui è circondato. Un sentito ringraziamento a Susan Abulhawa che con molta imparzialità ci ha messo al corrente di ciò che successe e succede tutt'ora in quei paesi martoriati.

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